Quando il kebabbaro è un po’ leghista «Pochi stranieri, si sta bene»

Quando il kebabbaro è un po’ leghista «Pochi stranieri, si sta bene»

VARESE Le gastronomie tipicamente varesine chiudono, come è successo a Valenzasca, o tirano avanti come possono, come lo storico pastificio Cantù. Ma se la tradizione nostrana è in crisi, quella esotica come il kebab sembra avere un momento di successo quasi inspiegabile nel “salotto buono” della città, corso Matteotti. Il segreto sembra essere nella mentalità “filo leghista” di un Turco.

Lo racconta Bozan Bozan, il titolare del negozio Doner Kebab all’incrocio con via del Cairo. Un angolo molto particolare, quello di Bozan, che quasi stona, incastrato com’è tra le vetrine scintillanti dei lussuosi negozi delle grandi firme. Eppure, lui racconta di non avere mai avuto problemi, soprattutto a Varese. Se non fosse per l’affitto del locale, altissimo: il motivo per cui molti negozi storici stanno piano piano chiudendo.

«Sono arrivato in Italia circa dieci anni fa: sono partito dalla Turchia perché là c’era una pesante crisi economica – racconta – sono stato per qualche anno a Milano, e ho sempre lavorato in posti come quello che gestisco ora».Il kebab è il cibo più popolare in

Turchia, «un po’ come la pizza da voi», spiega Bozan, che ha sempre venduto quello. E non si aspettava di avere così tanto successo anche qui anche se, sorride, «voi italiani chiedete sempre di non mettere né le cipolle né la salsa piccante. Vi perdete il meglio».

La vita del “kebabbaro” di corso Matteotti è meno dura del previsto, nonostante la nomea di città non proprio tollerante con gli stranieri che Varese si sta guadagnando: «Qui a Varese sta andando tutto bene – racconta Bozan – I clienti sono tanti, stiamo aperti fino a mezzanotte e il via vai è continuo. Sto meglio qui che a Milano perché là ci sono troppi stranieri». Già, perché Bozan, il kebabbaro turco di corso Matteotti, sembra essere in linea con le posizioni di Borghezio: «A Milano c’erano troppi stranieri che non lavoravano, e nemmeno rispettavano chi lavorava o il decoro urbano – racconta Bozan – Dopo per forza gli italiani se la prendono con noi. Perché, se sei straniero, devi venire qui per lavorare, come ho fatto io: quattro giorni dopo che ero arrivato in Italia, già avevo un posto di lavoro».

Non è stata una vita facile, quella di Bozan in Italia: la sua famiglia è arrivata a Varese solo sei mesi fa. «Sono andato a trovarli molto spesso, ma è stata dura» racconta. Ora la moglie e i due figli lo aiutano in negozio, soprattutto alla sera, «perché i ragazzi che vengono a bere nei locali del corso passano spesso di qui».
Ma prima di tutto, i suoi figli stanno studiando italiano perché, spiega, «dobbiamo restare qui. Tornare in Turchia ora vorrebbe dire ricominciare da capo, non avrebbe senso. E a Varese stiamo bene, dopotutto».

j.bianchi

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