La Casta salva gli stipendi E a Varese esplode la rabbia

La Casta salva gli stipendi E a Varese esplode la rabbia

VARESE Sì ai tagli alla politica, ma meglio dalla Regione in giù. Quando invece si tocca il livello più alto, i diretti interessati – ovvero i deputati – non sembrano molto per la quale, e la posizione sul tema specifico è trasversale. «Il segnale alla gente è già stato dato», commenta Daniele Marantelli, deputato del Pd: «I parlamentari hanno già decurtato il loro stipendio di mille euro».

Dei suddetti mille euro non c’è traccia nella neo varata manovra. In effetti è corretto che non ci sia, visto che la competenza in merito è in capo al parlamento e non al Governo. Ma, di recente, non risulta nemmeno che il parlamento abbia votato per la riduzione della propria indennità. «Certo che l’ha fatto – obietta Marantelli – è stato all’inizio con il governo Berlusconi». Dal 2008 alla caduta infatti il precedente governo ha ridotto le indennità del 10%, un migliaio di euro al mese in media.

Come tutti gli altri deputati senza particolari incarichi, Marantelli percepisce il minimo previsto per legge: 13.500 euro mensili, più un pacchetto di benefit vari ed eventuali. Poco meno di 5.500 euro netti di indennità, più quattromila di diaria, più rimborso mensile di altri quattromila euro circa per “rapporti con gli elettori”. A fine mandato, come gli altri, avrà l’assegno dell’80% dell’importo mensile lordo dell’indennità, più il vitalizio se ha occupato il parlamento per cinque anni.

«Io non sto a dire quanto prendo, è tutto pubblicato, ma sono il “paperino” dei parlamentari. Prendo il minimo previsto non avendo cariche particolari e verso 1.500 euro di contributo al partito». Il minimo ammonta a circa 126mila euro l’anno.

«Alla fine arrivo più o meno a cinquemila euro al mese», dice il senatore del Carroccio Fabio Rizzi, «e ci devo pagare le spese varie compreso il viaggio». Di base, va detto, i senatori prendono meno dei deputati. «Io al lordo prendo 11.400 euro, che non sono tassati ma c’è una specie di ritenuta d’acconto. Li dobbiamo dichiarare poi nel modello unico al netto del contributo al partito». Nel caso dei leghisti, infatti, il contributo è di 4.350 euro. «A me restano settemila euro e mi viene tolto ancora un 20%. É vero che i tagli vanno fatti anche ai parlamentari, ma non può farli il governo. É come se il Comune di Besozzo deliberasse il taglio sul bilancio di Brebbia».

Resta da chiedersi quindi perché non l’abbiano fatto loro stessi. «Di solito queste cose si fanno all’inizio dell’anno. Sicuramente proporremo qualcosa, vediamo in che forma. Al netto non siamo lontani dal livello europeo ma il nostro stipendio è formulato e tassato in modo diverso».

I sindacati però sono poco propensi all’attesa, visto che per il resto della cittadinanza di margini non ce ne sono stati. «É condivisibile il rispetto della norma procedurale – dice Carmela Tascone della Cisl – infatti dico che devono essere i parlamentari a farlo, ma rispettando l’indicazione del 31 dicembre data dal Governo. Mi pare che niente glielo impedisca».

Nessuno pensa di risolvere i problemi del Paese in questo modo, come precisa anche Franco Stasi della Cgil, «ma anche i segnali sono importanti». Un segnale da dare insieme alla decurtazione dell’indennità sarà il taglio dei benefit. «C’è una resistenza imbarazzante da parte dei parlamentari che lascia pensare. Abbiano almeno il buon gusto di condividere i sacrifici con tutti».

Questa mattina dalle 9.30 intanto scenderanno in piazza Podestà i sindacati confederali che protesteranno per l’impatto della finanziaria su pensionati e lavoratori. Coglieranno anche l’occasione per sollecitare i nostri parlamentari a dare un taglio ai loro stipendio.
Francesca Manfredi

s.bartolini

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