BUSTO ARSIZIO Confessiamolo. Per molti mesi abbiamo temuto che il prato dello Speroni fosse coltivato a ortaggi, o al massimo che spuntassero primule al primo sole di marzo, mentre il custode inseguiva pasciute galline coccodè. Eppure, nonostante questa concreta possibilità, abbiamo dimenticato troppo in fretta lo spavento di una Pro Patria finita, cancellata, zac!
Sì, lo so, negli ultimi anni abbiamo toccato la B con un dito, abbiamo visto calcio-spettacolo, tutto vero. Ma poi abbiamo vissuto l’onta della retrocessione, il ludibrio d’essere additati ovunque come una società di venduti o disonesti. Molti quaraquaquà sono passati sotto il cielo di Busto, venditori di fumo pronti a scappare con la cassa. Si capisce la rabbia, il disincanto, la voglia di mollare dei tifosi, degli ultrà. Eppure accade che ancora una volta la Dea bendata si accorga di noi miserelli e cavi dalla sua cornucopia un galantuomo (ancora forestiero) innamorato della Pro Patria, disposto a misurarsi in un tiramolla infinito e sfinente con un papà Tesoro assetato di vendette.
Nonostante ciò e gravi problemi familiari e quant’altro, il galantuomo non molla la preda e persiste per salvare la Pro Patria.
E ci riesce, grazie non a bruscolini ma a milioni pagati di tasca sua, non nostra. Iscrizione all’ultimo secondo e squadra da allestire in tutta fretta. Non proclami, non le solite chiacchiere e acquisti di assi mai pagati, ma investimenti per la valorizzazione dei giovani, strada non facile ma inevitabile per creare una struttura e un futuro. Nessuna promessa se non la serietà e il duro lavoro quotidiano.
Forse è venuto il tempo di ringraziare pubblicamente questo signor Vavassori, carattere magari schivo, ma determinato a fare il meglio per la Pro. E va ringraziato soprattutto in questo momento, quando il Palazzo dimostra di non volere bene allo sport e di punire duramente una società ora completamente risanata che si pone come un modello per il calcio nazionale. Assurdo e ingiusto. È il momento di reagire con decisione, insieme. La storia insegna che sono le ingiustizie e i “nemici” a ricompattare un popolo, a restituirgli dignità e identità.
L’Aurora Pro Patria ha più di un secolo di storia, ne ha viste tante e non ha paura di nessuno. L’allenatore non deve avere timore e i giocatori devono seguirlo come si segue un condottiero. I più esperti devono mettersi alla guida e al servizio dei più giovani; questi ultimi non abbiano paura delle critiche o dei fischi. Fanno parte del gioco, e in fondo della vita. È una prova di forza, un passaggio obbligato per chi vuole diventare qualcuno. Sappiano che chi fischia oggi domani sarà il primo ad applaudire e comunque il popolo biancoblù sempre onorerà chi si batte fino all’ultimo, senza mollare mai.
Ritornare a zero punti fa male, malissimo. Ma da questa palese ingiustizia bisogna ripartire compatti, società, squadra, tifosi. Penalizzata di 9 punti la Pro Patria è data già quasi spacciata da chi non conosce la tradizione dei tigrotti. L’ostacolo è quasi insormontabile ma oggi la Pro Patria, paradossalmente, è più libera che mai mentalmente, perché non ha più nulla da perdere.
Vittima predestinata, non deve fare calcoli. Ora può solo entrare nella storia, pugnale tra i denti, partita dopo partita. La pelle dell’orso si vende dopo averlo ucciso, diceva quel tale. E noi, tutti insieme, siamo invece ancora qui, forse feriti ma non morti e con tanta voglia di smentire le solite jene che si aggirano in cerca di carcasse.
Alberto Brambilla
a.confalonieri
© riproduzione riservata










