Di Francesco CaielliVARESE – Echi dei tempi di una pallacanestro che fu, quando in campo ci andavano gli eroi e gli allenatori erano personaggi mitologici, quando le rivalità generavano passione, quando era possibile odiare un giocatore avversario. Echi che torneranno a farsi sentire, forse solo per qualche minuto di illusione, tra due giorni: a Masnago tornerà Dan Peterson, seduto su quella panchina dalla quale ha diretto sfide epiche.E allora, per gioco, saltiamo indietro di vent’anni, proviamo a fingerci nell’epoca in cui si sfogliavano i giornali curiosi di leggere il nuovo capitolo dell’eterna guerra verbale tra due maestri: Peterson contro Bianchini, Bianchini contro Peterson.«Tempi meravigliosi – racconta il Vate – duelli mediatici nei quali due come noi sguazzavano alla grande e davano lavoro ai giornalisti dell’epoca. Oggi Peterson parla poco, meno di quanto la gente si aspetta: questo perché non ha un contraltare. La polemica è bella se la si fa in due, altrimenti uno da solo si smoscia: e oggi Peterson è da solo».Ai tempi, c’era lei.Ma non solo: c’era un ambiente che era completamente diverso e che si prestava a quel gioco tra me e Peterson. I giornalisti, per esempio, ai tempi erano tutta un’altra cosa rispetto a oggi.Cioè?Erano dei brigatisti, dei terroristi d’assalto, decisamente meno politicamente corretti rispetto a quelli di oggi. Le rivalità che c’erano sul campo si trasferivano dietro alle scrivanie delle redazioni: c’era Campana sulla Gazzetta che si schierava da una parte, ed Eleni che sul Giorno scriveva l’opposto. E le tesi venivano difese con forza e passione: sono volate anche delle macchine da scrivere, e vi assicuro che la Lettera 42 della Olivetti non era mica piccola.E questo, cosa significava?Significava guerre, battaglie, prese di posizione e polemiche: senza paura di farlo, e a volte anche senza regole. E noi, che in questo scenario eravamo degli attori, ci prestavamo a questo gioco. Perché ci piaceva. Vi racconto un episodio.Vada.Allenavo a Pesaro, e quell’anno andammo in finale grazie a Darwin Cook che, a Varese, rubò palla a Corny Thompson calpestando chiaramente la riga di fondo.Ah: ammette che era fuori?Era
fuori. In finale incontrammo la Milano allenata da Casalini, perché Peterson aveva mollato l’anno prima. E sapete perché aveva mollato? No.Perché era furbo, e voleva mantenere intatto il suo mito: i vari McAdoo, D’Antoni e Meneghin avevano concluso il loro ciclo, e lui pensò bene di salutare tutti quando ancora era il più grande di tutti. Mica come me e Alberto Bucci, che ci siamo ormai sputtanati a ogni livello e oggi alleneremmo qualsiasi cosa.Quell’aneddoto.Giusto. Il giorno prima di gara uno, Emanuela Audisio su Repubblica mi mise in bocca una frase che io non avevo mai detto: «Casalini è il robocop di Peterson, perché fa solo quello che lui per telefono gli ordina di fare». Scoppiò un pandemonio, e io non mi ero mai sognato di dire quella cosa.E lei, come reagì?Un allenatore di oggi avrebbe smentito, querelato. Io no: perché facendo l’allenatore avevo accettato di far parte del circo dei media, ed era mio dovere stare al gioco. Dissi che sì, pensavo esattamente quello che la giornalista mi aveva messo in bocca. E la polemica divampò: in campo, sugli spalti, sui giornali. Bellissimo.Rimpiange quei tempi, vero?Non rimpiango un bel niente, dico solo che oggi ci vorrebbe un po’ più di coraggio da parte di tutti. Sento le interviste degli allenatori e sono tutte uguali, fatte con lo stampino: tutti parlano bene di tutti, nessuno ha il coraggio di gettare il sasso e smuovere un po’ le acque dello stagno. Quelli del calcio, da questo punto di vista, sono più bravi: perché oggi, e penso a uno come Mourinho, fanno le cose che noi del basket abbiamo inventato trent’anni fa. Oggi, purtroppo, quei tempi non sono più replicabili e quindi non vale nemmeno la pena di rimpiangerli.Perché?Il giorno in cui venni a Varese in quell’infausta stagione della retrocessione, mancavano tre giorni al derby di Cantù. Io, nella mia prima intervista, dichiarai «Bruceremo Cantù», ma nessuno mi venne dietro e al Pianella non mi beccai nemmeno troppi insulti. Evidentemente mi ero illuso che fosse ancora possibile giocare con la polemica e incendiare gli animi.
f.iagrossi
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