Roma, 28 mag. (Apcom) – Una decina di cellule composte da una
quarantina di 007 israeliani arrestati in Libano negli ultimi due
mesi culminate con il fermo di un generale di stato maggiore
dell’esercito libanese accusato di ‘spionaggio’: sono questi
numeri, riportati oggi dalla stampa libanese, a dare le
dimensioni di un clamoroso smacco del Mossad, il servizio segreto
esterno d’Israele: a pochi giorni delle decisive elezioni
parlamentari del 7 giugno nel paese dei Cedri, lo ‘scandalo’
potrebbe appianare la strada per una vittoria degli Hezbollah.
Nelle ultime settimane non passa un solo giorno in Libano senza
che venga data notizia dai media arabi dello smantellamento di
“una nuova cellula di spie” con accuse circostanziate e sostenute
da un lunghissimo corollario di fotografie che mostrano strumenti
High-Tech trovati in mano agli arrestati. E stando a fonti vicine
agli Hezbollah, l’elemento “decisivo” per il “collasso” della
rete del Mossad, “è stata la sofisticata attrezzatura Usa,
fornita alle Forze di Sicurezze Interne (ISF)” che doveva
servire, nelle intenzioni di Washington, a tenere sotto controllo
gli agenti siriani e gli Hezbollah. Il Paese è al culmine di una
campagna elettorale che vede come protagonisti due schieramenti
nettamente opposti: uno pro-occidentale e uno contro. Come a
dire: “il terribile errore di Israele” favorito da 410 milioni di
dollari di forniture Usa, starebbe per consegnare il Libano nelle
mani del Partito di Dio sciita, emanazione diretta del nemico
giurato; gli ayatollah di Teheran, con tutte i prevedibili
dirompenti effetti sullo scacchiere mediorientale,
Le indagini iniziali rivelano intense attività di spionaggio.
Dopo la guerra dell’estate 2006, il vertice militare israeliano
comprese che parte dell`insuccesso nell`infliggere un duro colpo
all`arsenale missilistico di Hezbollah era dovuto ai fallimenti
dell`intelligence sul campo. E quindi la decisione nel 2007 di
attivare le “cellule dormienti”. Nel campo opposto, gli Hezbollah
cercavanio disperatamente di scoprire la falla nella propria
sicurezza che aveva portato all’omicidio di Imad Mughniyeh, il
capo militare dell’organizzazione ucciso nel 2008 a Damasco.
Come per tutte le Spy Story che si rispettino, la storia ha
inizio in un giorno imprecisato del 2008 quando viene scoperta
“per caso” una grave violazione nel sistema di sicurezza degli
Hezbollah. Secondo fonti del sito panarabo Elaph, in quel giorno,
un’auto a quattro ruote motrici usata da esponenti del partito di
Dio ha un guasto”. Un “corpo anomalo” trovato dai meccanici del
partito nell’impianto elettrico fa scattare l’allarme: si
trattava di un Gps collegato con un satellite spia israeliano. Al
fidatissimo importatore (le auto arrivavano dalla Francia),
Marwan al Faqih, invece di una spiegazione viene chiesto un
ordinativo per la fornitura di altri 3 automobili. Una rapida
ispezione sui nuovi mezzi conferma la “sistematicità
dell’inganno”. E al Faqih, viene messo sotto “stretta
osservazione” prima di essere preso e consegnato agli uomini
dell’Isf con i quali gli Hezbollah coordinando le indagini.
L’arresto dell’uomo dà il via al sistematico smantellamento di un
imponente network di spie, molte delle quali lavoravano nelle
istituzioni dello stato: la scoperta di una ‘grave falla” nel
sistema di comunicazione del Mossad avrebbe portato
all’individuazione di un “filo comune” tra cellule separate tra
loro. Stando alle rivelazioni di Elaph, si tratterebbe di una
decine di telefoni cellulari “con numeri europei” usati dai
sospettati. Una conferma arriva dal capo della sicurezza interna
libanese, Ashraf Rifi, che ha parlato di un errore tecnico di
alcuni agenti israeliani che ha portato alla scoperta di queste
reti. “Queste cellule operavano separatamente, in modo tale che
se un agente fosse stato preso non sarebbe stato in grado di dire
nulla sugli altri. Ma l’Isf (ecco le attrezzature Usa) ha
intercettato ordini israeliani che chiedevano agli agenti di
tenere un basso profilo e di sbarazzarsi di alcuni degli
strumenti di spionaggio ad alta tecnologia”, ha dichiarato al
Rifi.
Fatto sta che la lista delle spie che è caduta nella trappola è
lunga: gli attori chiave sarebbero Ali Jarrah, l’ex generale Adib
Al Alam e sua moglie che faceva da “perno” e Ziad Al Homsi
vicesindaco di Saadnayel, una cittadina nella Valle del Bekaa che
avrebbero lavorato al reclutamento di altri. Il tipo di strumenti
di spionaggio high-tech che è stato trovato in mano ad alcuni
sospettati, e l`addestramento che avevano ricevuto, suggeriscono
molto chiaramente che Israele sarebbe stata alla disperata
ricerca di nuovi dati e di nuovi obiettivi che la stampa libanese
chiama “banca dei target” da “immagazzinare” nel sistema della
aviazione israeliana per la prossima “guerra decisiva” con gli
Hezbollah.
Intanto, è vita dura per tutti i collaborazionisti di Israele
che, da quando è iniziata l’operazione anti-spie, stanno cercando
in ogni modo di fuggire. Secondo Rifi, un numero non precisato di
sospette spie avrebbe già lasciato il paese passando per
l’aeroporto di Beirut prima di essere individuate. Altre, almeno
tre, sarebbero invece entrate direttamente in Israele, superando
il filo spinato che divide i due paesi.
Ma è l’ultimo arresto che fa allargare gli scenari sui piani di
Israele. Assafir, quotidiano vicino all’opposizione filo-siriana,
rivela oggi il nome e l’iniziale del cognome del generale di
stato Maggiore arrestato: Si chiamerebbe Mansour e avrebbe avuto
in passato incarichi molto delicati come quello di responsabilità
per l’anti-spionaggio. Il generale sarebbe stato “cos? stimato”
per la sua efficienza e il suo passato che sarebbe stato
candidato per incarichi “prestigiosi”: “Che il Mossad volesse
portare un agente al vertice dell’Esercito?”, è questa la domanda
che fanno circolare gli Hezbollah nella loro campagna elettorale.
Fth
MAZ
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