VARESE L’italiano visto dal Ticino è un pizzaiolo. Del resto, lo svizzero visto dall’Italia ha il cioccolato nelle vene. Sono stereotipi, spiega il ticinese Norman Gobbi, dovuti alla caratteristica per cui i popoli si fanno conoscere all’estero. Ma sono stereotipi dannosi, in particolare se si vuole riscoprire un territorio omogeno, ma diviso tra due nazioni. E la via indicata dall’ex presidente del Gran Consiglio del Ticino, destinato molto probabilmente ad andare a ricoprire il seggio nel consiglio di stato a Berna, lasciato libero da Attilio Bignasca, fratello del leader della Lega dei ticinesi Giuliano, è quella di guardare a nord. O meglio, alla Lega Nord, puntando a staccarsi dal concetto di italianità. «I lombardi devono difendersi dall’assimilazione a questo stereotipo – spiega Gobbi – l’autonomia delle regioni
del Nord è fondamentale per la sopravvivenza della cultura insubrica. I lombardi sono affini a noi per tradizioni e storia, ma lo Stato italiano ha operato un duro processo di omologazione. Ed oggi, se si vuole portare avanti un ideale di avvicinamento transfrontaliero, rimasto più sulla carta che nei fatti, sta ai lombardi dimostrare di non essersi italianizzati». Una battuta, che però nasconde un fondo, ben più di un fondo, di verità. Dopo un secolo e mezzo di “occupazione” dell’Insubria da parte dello Stato centrale italiano, quella che prima era una popolazione omogenea da Milano fino al San Gottardo, si è spaccata (anche se l’unità territoriale era comunque finita nel 1516, con l’annessione del Ticino alla Svizzera). Un confine amministrativo che ha creato un divario tra popolazioni affini.
Non è la prima volta che Gobbi sottolinea questo fatto e che spinge i lombardi alla rivolta. Come quando parla dell’Insubria “occupata”, indicando le nostre province, o quando ha riconosciuto, nel suo discorso d’insediamento alla presidenza del consiglio del Ticino, l’esistenza della Padania. I ticinesi sanno cos’è la libertà, sanno cosa vuol dire federalismo e gestire la propria comunità locale in autonomia. «Il risveglio dei lombardi e delle altre popolazioni del Nord sta nel fatto di rinnegare l’italianità – aggiunge – un concetto estraneo alle terre padane, ma inculcato a forza».
Gobbi spiega poi il sentimento contrastante con cui le terre di confine lombarde vengono viste in Canton Ticino. «È un sentimento contrastante – dice – perché con la maggior parte delle amministrazioni lombarde c’è un legame di amicizia ed empatia. Ma se noi ticinesi possiamo avviare una cooperazione transfrontaliera, perché siamo liberi di decidere, lo stesso non vale per gli enti locali italiani, dove c’è il muro di uno Stato centralista che non lascia competenze. Certo l’approvazione del federalismo è un passo in avanti. Ma sarà un processo lunghissimo. Da noi, in Svizzera, il sistema federale si è sviluppato nel corso di secoli, attraverso guerre di religione e scontri, che poi sono culminati in un patto di fratellanza che è riuscito a mettere insieme addirittura popolazioni che parlano lingue diverse».
E poi ci sono casi in cui la collaborazione transfrontaliera è a senso unico: mentre le aziende e i lavoratori italiani trovano spazio in Ticino, le ditte ticinesi che hanno provato a lavorare su territorio italiano, si sono scontrate contro un muro di gomma burocratico, made in Italy. La Lega dei ticinesi ha denunciato con forza questi episodi, avvenuti a Varese (in vista dei Mondiali di Ciclismo, quando a una ditta di sicurezza fu impedito di lavorare a Varese) e Como, dove è avvenuto poco tempo fa un caso analogo. Per noi la vede grigia.
Marco Tavazzi
e.marletta
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