«Non sono né un mercenario né un traditore, e non sono scappato per prendere i soldi altrove». Nel giorno del divorzio ufficiale dalla Cimberio, Frank Vitucci esce allo scoperto. Non senza un piccolo mea culpa: «Questa vicenda è durata un po’ troppo e ha avuto qualche spigolo evitabile».
Forma imperfetta, resta la sostanza: dalla festa in piazza alla rotta verso sud. «Voglio che si sappia che è stata una scelta professionale, non legata al denaro: avessi avuto quello in testa, non sarei venuto a Varese un anno fa. Si è ingiustamente calcata la mano sull’aspetto economico: la decisione è stata sofferta, hanno pesato altri fattori».
Quali? «Mancavano le garanzie tecniche. La società sapeva che mi aspettavo un passettino avanti, volevo continuare una crescita appena cominciata. Invece, a fronte di un budget ridotto e dello smantellamento della squadra, ho capito che si andava verso un nuovo inizio: cos’altro potrà essere senza Green, Banks, Dunston, Ere? Meglio che ripartisse da capo qualcun altro, anche per evitare confronti scomodi».
Se la società avesse prospettato la continuità sportiva? «Avrei detto no ad Avellino e sarei felicemente rimasto a Masnago. La strada l’avevamo tracciata, era quella giusta: contavo di percorrerla fino in fondo, non è stato possibile. Come i risultati sono arrivati più in fretta del previsto, così le cose sono cambiate prima del previsto». Se avessimo vinto lo scudetto? «Con Dunston sano sarebbe successo, e forse il finale di questa storia sarebbe stato diverso. Bisogna chiederlo alla società: loro hanno il polso della situazione, magari il tricolore avrebbe attirato capitali».
La gente, qui, non l’ha presa bene. «Lo so: è normale che i tifosi reagiscano di pancia. Tanti che conosco ci sono rimasti male, tanti altri però hanno compreso. Giuro che non ho giocato i playoff avendo in tasca l’offerta di Avellino. Il primo vero contatto è avvenuto due giorni dopo gara7 con Siena: Avellino è stata corretta, io pure. A Varese ho dato tutto, fino all’ultimo, senza distrazioni: dire il contrario è cattiveria gratuita. E per me è un arrivederci: mai dire mai».
Roberto Cimberio si è chiesto se il vero Vitucci è quello del campionato o della fuga. «Mi ferisce due volte. Primo, perché non ho due facce: lui era al corrente della situazione, sa che non ho cambiato idea all’improvviso. Secondo, perché parla di stendardi: noi ci eravamo incamminati verso lo stendardo, io per primo avrei voluto appenderne uno al palasport».
Poi c’è il dettaglio del premio playoff: «Mi spettava, era giusto prenderlo, ma ho preferito di no. Un po’ per lenire le tensioni, un po’ perché io avevo già una busta paga: il mio compito è ottenere risultati, non ho bisogno di incentivi. Mi lasci dire due cose, però. Che mi aspettavo più flessibilità nei miei confronti, visto anche l’andamento della stagione. E che la cifra vera non si può dire, ma è molto più bassa di quella scritta sui giornali».
Cosa fa pensare che Avellino pagherà fino all’ultimo euro lo stipendio sontuoso promesso? «Ho conosciuto e… sfiorato il patron De Cesare alla fine della passata stagione. Ha saldato i debiti pregressi, non erano pochi. Ora comandano persone serie: hanno dato una svolta, mi fido».
Quando tornerà a Masnago cosa succederà? «Non credo di aver rovinato così tanto la mia immagine. Spero che la gente ricordi l’avventura incredibile che abbiamo vissuto insieme, come farò io: se poi mi fischieranno, pazienza. Più tempo passerà, meglio sarà: ma su questo non mi illudo, ho sempre ritrovato le mie ex squadre alla prima o seconda giornata…».
Postilla per l’erede Frates: «Lo conosco, abbiamo un ottimo rapporto. Gli dico che ha l’occasione della vita. E di lasciarsi travolgere dal fascino unico di Varese».
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