Li abbiamo resuscitati e quando l’ex presidente Cestaro ha afferrato il microfono dello speaker per tornare a urlare ai cinquemila tifosi “Forza Padoaaaa” dopo mesi di oblio, c’è stato veramente da mangiarsi il fegato. Erano nella tomba e, se non l’avessimo aperta noi, ci sarebbero rimasti a lungo. Perché questo Padova non aveva un briciolo del gioco e dell’idea di squadra con cui il Pescara, la Reggina e la Ternana hanno perso contro di noi, eppure siamo riusciti nell’impresa di farci battere.
Bastava poco, un pizzico di lucidità e maturità, ma andare sotto così al primo soffio contrario dopo avere quasi dominato (rischiammo già ad Avellino) dimostra una cosa che già sapevamo e che si trascina dall’era Sannino a quella di Maran, da Castori a Sottili: appena molliamo un attimo la presa e non riusciamo più ad essere estremi – nella corsa, nell’aiuto, nella ferocia – diventiamo una squadra qualunque, battibilissima. La seconda è che c’è stata forse un po’ di sfortuna sul 3-1 fallito da Calil (nemmeno uno di quei cinquemila padovani si sarebbe stupito, al 7’ della ripresa, se il Varese fosse andato sul 3-1), ma forse anche un pizzico di presunzione perché stavi giocando in trasferta contro una squadra di disperati – non nei nomi, ma nell’anima – e non potevi fermarti all’improvviso pensando di essere più forte, o più organizzato e più bello: successe anche a Sannino (Mezzocorona, Monza) e a Maran (Cittadella, Bari). E’ lì che costruirono i loro trionfi, e noi lo faremo da qui.
Primo tempo da grande squadra, sciolta e sicura, e ripresa ingenua di chi doveva gestire il risultato giocando a calcio e invece si chiude e non trova mai qualcosa a cui aggrapparsi. Dopo immaturi, ma prima c’era stata l’impronta della maturità poi svanita. Basterà seguire quella scia.
Prima di trovare biancorossi il Padova in casa non aveva mai segnato, e in sette gare l’aveva buttata dentro solo due volte in trasferta, inutilmente. Beccare tre gol (e un palo) in un colpo solo da loro, può solo fare bene.
Il Santo è Pavoletti. Sette gol in sette modi diversi non li cancella nemmeno la sconfitta: di tempia, di fronte, di controbalzo, di torsione del capo in elevazione, di collo su respinta, con un colpo di frusta sempre inzuccando e di pallonetto. Lui cavallo di razza che merita la testa della B, noi (per ora) ronzini.
Infine, due ritorni che fanno giustizia perché dimostrano che la passione, alla fine, vince anche il destino contro. Uno è quello di Ezio Macchi, che per tutti è Ezio Foto Varese Calcio: anche dal letto di un ospedale non si è stufato di taggare i volti di tutti i tifosi biancorossi, chiamandone sempre di nuovi allo stadio. L’altro è Nicolò Ramella di Rete 55: quando uno è bravo, e non china mai la testa, prima o poi ritrova tutto ciò che, tra l’altro, non meritava di perdere.
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