Terlizzi, volenti o nolenti, è il simbolo del punto più alto toccato dal Varese negli ultimi trent’anni. Più passa il tempo da quel Varese fermo a un centimetro dalla serie A, più le leggende diventano realtà.
1) Se Christian non si fosse misteriosamente infortunato a Genova pochi minuti prima dell’andata (era l’uomo del destino, il più in forma e il più carismatico, e ci aveva abituato a giocare anche su una gamba sola) quando il suo nome era già tra i titolari nella distinta ufficiale, Gastaldello non avrebbe irriso due volte la difesa biancorossa e la Samp non avrebbe vinto. Servendo a Iachini l’assist del catenaccio nel ritorno (il catenaccio val bene una promozione?).
2) Ancor più del punto 1: se Terlizzi avesse voluto andare veramente in serie A, con lui ci sarebbe andato anche il Varese. Forse non poteva, oppure non voleva (lui? Altri?), o forse gli avevano fatto scappare la voglia: s’era rotto un filo con la società, percepiva un ambiente poco convinto o vincente.
Di sicuro incarnò lo stato di grazia di una squadra e di una tifoseria, dando l’idea di volere e potere qualunque cosa volesse o potesse, perfino toccare il cielo con un dito.
Le cavalcate e le chiusure gloriose, le urla tonanti da dio greco (era il nostro Zeus) e le cazziate pubbliche a compagni e allenatore, le scene irriverenti come quella di strappare il pallone dalle mani di De Luca per battere il rigore playoff di Brescia: lo avrebbero fatto in tanti ma nessuno con quel modo unico e indimenticabile di farlo. “Alla Terlizzi”, costringendoti a seguirlo.
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