VARESE É morto tra le braccia della montagna, in Val Formazza. E lì riceverà l’ultimo saluto. Si svolgeranno infatti a Formazza, domani alle 14, i funerali di Guido Tosi, il professore di zoologia dell’università dell’Insubria che è morto domenica durante una battuta di caccia. Il professore abitava a Milano ed era originario di Busto Arsizio. «Ma la sua volontà era quella di ricevere l’ultimo saluto a Formazza, dato che lì si trovano i posti che amava e frequentava» spiega Bruno Specchiarelli, assessore provinciale alla Gestione Faunistica, nonché caro amico di Guido Tosi. Specchiarelli rappresenterà la Provincia di Varese al funerale. Ieri, nel dipartimento di scienze biomediche dell’Insubria, si respirava un clima di tristezza. Non c’era nessuno che non avesse gli occhi rossi di pianto. Tra gli uffici e i laboratori regnava un silenzio irreale. «Ci conoscevamo da vent’anni – racconta Damiano Preatoni, ricercatore di zoologia – Tosi può essere considerato il padre della caccia di selezione. Identificava la figura del cacciatore con quella del predatore. É stato uno dei primi a spingere affinché nell’ambiente venatorio passasse questo concetto. Che si esprimeva regolando con leggi precise l’attività dei cacciatori».Guido Tosi, pur essendo un vero e proprio luminare, non era un accentratore. Tanto è vero che era riuscito a
mettere insieme una squadra di una ventina di persone tra studenti, collaboratori, ricercatori e borsisti. Ma il suo impegno non si esprimeva solo localmente. «Seguiva un progetto di conservazione e sviluppo in Africa – continua Preatoni – Voleva “esportare” il suo modo di vedere la fauna come una risorsa, dando ai popoli africani gli strumenti per poter attuare politiche serie di regolamentazione. Tale progetto lo vedeva impegnato sui fronti più diversi, come per esempio gestire riserve o proporre ai locali di organizzare safari a dorso di cammello».Aveva una gran voglia di fare, tanto è vero che la prossima settimana doveva andare in Mozambico. «Siamo costernati, la notizia della morte di Guido Tosi ci ha colto improvvisamente – afferma Renzo Dionigi, rettore dell’Insubria – Mi legavano a lui amicizia e stima. Era un’autorità nel suo campo, tanto che era conosciuto a livello internazionale. E’ stato sicuramente anche uno dei primi a far conoscere l’università all’estero. Il distaccamento in Tanzania, infatti, l’aveva creato per suo interesse».L’università, per ricordare il professore, farà una riunione nel trigesimo della morte. Altre iniziative verranno organizzate. «Anche se il modo migliore per ricordarlo è quello di continuare a lavorare, portando avanti le strade che aveva aperto» conclude Alberto Coen, preside della facoltà di scienze.
«Tosi era uno di quei professori che, anche se vedeva uno studente per la durata di un solo corso, ricordava per sempre il suo viso. E lo salutava tutte le volte che lo incontrava».
Commosso il ricordo di Vito Falanga, studente dell’università dell’Insubria. «Tosi era una persona professionale – continua il giovane – Riusciva a giustificare in modo razionale la caccia. Spiegava che, se gestita, diventa funzionale per l’ambiente».
«Uno quei professori che si ricordano. Un uomo distinto, ma non rigido. Rendeva le lezioni sulla montagna molto piacevoli» continua Simone Tossani. Tra ieri e oggi, undici studenti avrebbero dovuto sostenere l’esame di zoocenosi con lui. Tra di loro c’è Ilaria Bassani, laureanda: «Tosi riusciva a rendere le sue spiegazioni molto coinvolgenti grazie ai racconti delle sue esperienze sul campo – racconta la studentessa – Aveva numerosi aneddoti. Mi avevano detto che anche l’esame con lui diventava un’esperienza piacevole perché faceva parlare molto gli studenti. Con lui si potevano fare discorsi più vasti rispetto alla specifica materia di studio. Mi dispiace non aver potuto fare l’esame con lui».
Lo ricorda anche Bruno Cerabolini, professore associato di botanica: «Tosi era una vera e propria bandiera nel suo ambito. Ha svecchiato il naturalismo introducendo un modo di pensare nuovo. Lo ricordo negli stage sul campo con gli studenti: delle vere e proprie full immersion in montagna».
«Che fatica si faceva, anche i ragazzi abituati a fare sport avevano momenti di cedimento e tornavano a pezzi. Perché Guido Tosi era un uomo duro, un Clint Eastwood temprato dall’ambiente della montagna, che era l’ambiente che amava. Io lo consideravo un fratello maggiore perché siamo diventati docenti insieme».
«Penso che Tosi abbia vissuto la vita intensamente – conclude – È riuscito a mantenere immutate nel tempo le sue motivazioni iniziali. Era talmente convincente che, dopo avergli parlato, anche chi si diceva contrario alla caccia si trovava a dire che è meglio avere 100 cacciatori come Tosi che due ambientalisti miopi, legati affettivamente a una robinia».
s.bartolini
© riproduzione riservata











