Spesometro bis Tra dubbi e pregi

Dal 22 aprile al via il nuovo spesometro. Lo strumento non è nuovo, ma riparte in una veste rinnovata. La novità principale riguarda la soglia al di sopra della quale comunicare i nominativi delle persone che l’hanno sostenuta. Se nello spesometro 2010 ammontava a 25mila euro, da oggi tale limite scende a 3.600.

Lo scopo rimane invariato: identificare potenziali evasori in funzione delle spese effettuate. Nella pratica, ciascuna impresa, ditta, artigiano, commerciante o professionista avrà l’obbligo di comunicare all’Agenzia delle Entrate i dati delle persone che nel 2013 hanno speso più di tale importo. Se chi di voi ha avuto modo di effettuare l’anno passato una spesa di almeno tale cifra, infatti, ricorderà di essersi visto richiedere carta di identità e codice fiscale dall’incolpevole e sicuramente imbarazzato negoziante.

Detto ciò, personalmente trovo “discutibile” e “scarsamente efficiente ed efficace” questo strumento. Primo: penso che lo spesometro rappresenti un forte disincentivo ai consumi, poiché il solo pensiero di poter essere oggetto di “valutazione e verifica” a priori è di per sé un forte impulso a non effettuare una spesa, anche per chi se lo può permettere alla luce del sole.

Ne sono la prova i mille archibugi che quotidianamente nascono per aggirare l’ostacolo. Secondo: carta, carta, carta e ancora carta. Ma la burocrazia non è uno dei principali ostacoli alla ripartenza del nostro Paese? E quindi cosa si fa? Si introduce l’ennesima procedura? Sarà pur vero che siamo nell’era digitale, ma ogni invio, ancorché in via telematica, presuppone un lavoro preparatorio e quindi ore di lavoro sottratte allo sviluppo e alla crescita. Terzo: ma davvero viviamo in un Paese in cui la soglia di 3.600 euro fa la differenza tra povero e ricco? Tra il lusso e la quotidianità? Forse 25mila euro rappresentava una soglia effettivamente molto elevata, ma 3.600 euro in un Paese che si vanta di essere il feudo delle Pmi, il secondo Paese manifatturiero al mondo e la settima o giù di lì potenza economica mondiale, non sono forse troppo pochi? O ci vantiamo di essere ciò che siamo stati e che oggi ci avviamo a non essere più?

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