Roma, 10 set. (TMNews) – A poche ore dalla scadenza dell’ultimatum, con i negoziati per una resa pacifica delle ultime città in mano alle forze leali a Muammar Gheddafi in un vicolo cieco, le forze militari del Consiglio nazionale di transizione libica stanno combattendo casa per casa a Bani Walid uno degli ultimi bastioni dove è presente ancora una resistenza fedele all’ex rais. Il portavoce del Cnt, Abdullah Kenshil, ha detto alla televisione Al
Jazeera che nell’area di Bani Walid, a 150 chilometri a sud-est di Tripoli, ci sono circa 600 combattenti pro-Gheddafi. “Si muovono in gruppo e sono equipaggiati con fucili di precisione e lancia missili. Speriamo che Saif al Islam, figlio del colonnello, siano ancora in zona”, ha detto Kenshil. Secondo la Bbc, gli insorti si trovano a circa due chilometri dal centro di Bani Walid, ma l’avanzata procede lentamente per evitare un alto numero di perdite.
Si combatte anche a Sirte, ritenuta ora dal Cnt – insieme alla stessa Bani Walid – un obiettivo “secondario” rispetto all’oasi di Djofra, dove si troverebbero numerosi arsenali governativi; una scelta strategica sulla quale influirebbe anche la pressione della Nato, che vorrebbe evitare che le armi venissero contrabbandate nei Paesi vicini.
Che la battaglia contro Gheddafi non sia ancora finita e che nelle mani delle forze lealiste rimangano ancora degli obiettivi importanti lo ha ricordato anche il premier del Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt) libico, Mahmoud Jibril, in una conferenza stampa tenuta ieri a Tripoli. “Nel sud alcune città sono ancora sotto assedio, la sorte
di Bani Walid e Sirte non è ancora stata decisa e nonostante questo alcuni pensano che la guerra sia stata già vinta”, ha commentato Jibril, sottolineando come “alcuni si siano gettati nella battaglia politica senza rispettare le regole, mentre non è ancora stata elaborata una Costituzione e non è stato celebrato alcun Congresso nazionale”.
Quanto a Gheddafi continua la caccia all’uomo. Ieri, su richiesta del procuratore del Cpi, Luis Moreno-Ocampo, l’Interpol ha annunciato di aver emesso “un allarme rosso” per chiedere ai suoi 188 Paesi membri l’arresto del colonnello Muammar Gheddafi, del figlio Saif Al-Islam e del cognato Abdallah Al-Senussi, raggiunti da un mandato di arresto internazionale della Corte penale internazionale (Cpi).
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