«Il Varese si salva la sua gente lo terrà in B»

Poi succede che le cose ti restano dentro, e non se ne vanno più. Prendete Rolando Maran, per esempio: uno che a Varese ha dato tanto e che dal Varese tanto ha ricevuto, uno talmente puro da non essere capace di dimenticarsi quel che è stato. Nemmeno se lo volesse. Sabato, il mister che più di tutti ha avvicinato il Varese alla serie A, era a Cittadella: sì, lo sappiamo che anche la squadra veneta fa parte del suo passato e che il suo cuore batte un po’ anche da quella parte lì. Lo sappiamo. Ma a noi piace pensare che alla fine di quella maledetta partita, Maran fosse dispiaciuto: per il suo Varese, per un sogno che deve restare vivo.

Diciamo che è giusto essere preoccupati: sarebbe da pazzi dormire la notte con questa situazione. Però non bisogna esagerare: è vero che quelle dietro hanno iniziato a correre e che il Varese deve mettersi a far punti. Ma è anche vero che tutto è ancora in gioco.

Il Varese ha ancora il suo destino nelle mani: la classifica è preoccupante, ma dice che le inseguitrici sono ancora dietro. Questo significa che si può fare, ma si può fare davvero.

Trovando gli stimoli giusti, fare fronte comune per raccogliere le forze e affrontare le partite che diventeranno decisive. La parola d’ordine, dev’essere una sola.

Insieme.

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Credo di conoscere Varese, e ho la presunzione di credere di conoscerla piuttosto bene. So che questa piazza è abituata a fare queste cose qui. È abituata a lottare per qualcosa di grande, ed è abituata a prendersi quello che vuole.

Io ero a Cittadella, e non ho guardato solo la partita. Se avessi guardato solo il campo sarei preoccupato per il Varese, ma ho guardato anche a tutto quello che c’era attorno.

La gente. Tifosi che due anni fa riempivano Marassi per la serie A e che ora non hanno avuto problemi a combattere sotto il diluvio sui gradoni dello stadio di Cittadella. La gente di Varese non è schizzinosa e nemmeno di bocca buona: ama il Varese, e sa che il sogno di quest’anno si chiama salvezza. Un sogno enorme, forse più grosso di quello che abbiamo vissuto noi due stagioni fa.

Se c’è una piazza che può farcela, è Varese. A Cittadella ho ritrovato amici e persone che si butterebbero nel fuoco per il Varese, ho guardato nei loro occhi. E in nessuno di loro ho letto rassegnazione: paura, preoccupazione, rabbia, sconforto. Ma non rassegnazione.

Partiamo da qui: perché queste cose a Varese contano, e contano parecchio. In questa piazza il legame tra la squadra e la città è fortissimo, io ricordo che le due entità vivevano in perfetta simbiosi. Quasi che senza una, anche l’altra sarebbe morta: io penso che sia ancora così, e questo è un grosso vantaggio.

Non mi nascondo dietro a un dito e non faccio il “paraculo”: non ne sono capace. Varese e Cittadella fanno parte del mio passato, e sono due pagine bellissime. Spero che entrambe si salvino, spero che entrambe le tifoserie possano fare festa e tirare un sospiro di sollievo. Ma una cosa è certa: il giorno in cui il Varese si salverà, io stapperò una delle mie bottiglie migliori.

Io non posso che fargli un grossissimo in bocca al lupo, e augurargli ogni bene: perché se a lui le cose vanno bene, significa che vanno bene anche per il Varese. Ma torniamo al discorso di prima: l’in bocca al lupo non posso farlo solo a lui, ma lo faccio a tutti. All’allenatore e ai dirigenti, alla squadra e ai giocatori, alla gente e ai tifosi. A Varese, al Varese.

Col cuore, son sempre lì. Qualche settimana fa, per esempio, avrei fatto carte false per essere presente alla serata di Roberto Bof. Ci tenevo tantissimo, e so che mi sono perso una grande cosa. Vorrà dire che non mancherà l’anno prossimo: per un’altra serata del Bof. Con il Varese, ovviamente, ancora in serie B. E questa è una promessa.

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