Pietro ha 40 anni, è originario dell’Etiopia e dorme in un anfratto di via Adamoli. Pietro beve fino a cinque litri di vino in cartone al giorno e non vuole farsi aiutare, da nessuno.
Pietro non desidera abbandonare il suo giaciglio di strada, non vuole mangiare, snobba la vicinanza della sua famiglia che pure vive non lontano, rifiuta qualsiasi mano tendente che non sia quella pronta a porgergli monete che immancabilmente spende per acquistare alcol. Pietro è l’alcol. E basta.
Pietro fa compassione, rabbia, tenerezza e preoccupazione tutte mischiate insieme, in unico sentimento che cerchi di reprimere quando ti guarda con quegli occhi neri e lucidi.
Sì compassione, perché ti si attorcigliano le budella se pensi che i suoi parenti vivono a pochi metri dalla sua reggia fatta di cartone, coperte sdrucite e sporche, sacchetti e puzzo di urina; perché non sei umano se una vista del genere non ti “regala” almeno un attimo di vuoto dentro.
Rabbia, perché stai dando attenzione a una persona che non la vuole, perché ti sembra di perdere tempo, perché in questa città in piena emergenza clochard ci sono persone nelle stesse condizioni che un aiuto lo cercano davvero, senza perdere la dignità in una bottiglia.
Tenerezza, quella che provi quando ti dice «The world is garbage», il mondo è spazzatura, perché vorresti fargli capire che – se si allontanasse un po’ da quel maledetto vino – quel mondo lo vedrebbe forse meno sporco.
Poi pensi che non sai quasi nulla di lui e della sua storia, che non sei nessuno per giudicare, ed abbassi lo sguardo. Preoccupazione, perché nessuno lo può risollevare senza la sua volontà: né il Comune ed i servizi sociali, né gli Angeli Urbani che sanno chi sia ed in che stato si trovi, né le forze dell’ordine – ché Pietro non commette nessun reato – né le comunità di recupero, in cui entra e poi scappa.
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