VARESE – Ad Ascoli vanno ancora a ruba delle magliette che indossano i tifosi più accaniti. C’è la foto di Fabrizio Castori e una scritta: “Condottiero Bianconero”. «Perché Castori ad Ascoli è un’istituzione, un’icona, un simbolo».
A parlare è Annarita Marini, giornalista del Corriere Adriatico e profonda conoscitrice di tutto ciò che ruota attorno all’Ascoli, piazza nella quale Castori ha allenato nella stagione 2010/2011 prima di essere esonerato dopo qualche mese nell’ultimo campionato.
«Lui – racconta – è così: un guerriero, uno che ama la battaglia, un sanguigno. In panchina non sta fermo un secondo, vive la partita come se stesse in campo pure lui, e quando un giocatore segna esulta come se il gol l’avesse fatto lui. Non è raro vederlo correre sotto la curva per festeggiare
in mezzo ai tifosi: non bada all’etichetta, si fida del suo istinto e delle sue sensazioni. Per certi versi è un po’ simile a Sannino, anche se ha un po’ di esperienza in più. Prima di chiudere la sua esperienza ad Ascoli mi disse una frase emblematica: “Io sono nato guerriero, non morirò da vigliacco”».
L’uomo Castori: «La prima impressione è che sia un po’ “orso”, ma non dimenticatevi che è marchigiano: noi siamo gente aperta, e lui saprà farsi amare dalla squadra e dalla città. Qui ad Ascoli, nonostante l’esonero di inizio stagione, tutti lo adorano: alla prima partita con il nuovo allenatore la curva non intonò nessun coro per Massimo Silva, ma tutti cantarono “Castori uno di noi”. Imparerete ad amarlo: lo vedrete spesso in giro per Varese a chiacchierare con la gente, perché a lui piace confrontarsi con tutti, dal giovane tifoso al vecchietto curioso».
Dove Castori dà il meglio: «Lui ha bisogno di calore: ha fatto benissimo quando ha sentito fiducia attorno a sé e quando ha lavorato in piazze appassionate, ha fatto meno bene a Salerno e Piacenza dove si è trovato in mezzo al nulla. Se trova la fiducia dell’ambiente, si butta nel fuoco: qui ad Ascoli ha fatto l’allenatore ma anche il direttore sportivo, ha lavorato in una situazione societaria non facile e ne è uscito alla grande. E quando all’inizio dell’ultima stagione è stato esonerato era dispiaciutissimo, perché era convinto che la squadra si sarebbe risollevata, prima o dopo».
Castori e i giocatori: «I suoi lo adorano, e ci sono giocatori che farebbero carte false pur di seguirlo. Papa Waigo, per esempio, lo chiama “il mio babbo” e per lui andrebbe in capo al mondo: è venuto ad Ascoli solo perché sarebbe stato allenato da Castori. E come lui gente come Peccarisi, Manolo Pestrin».
Alessandro Burioli, responsabile dello sport al Corriere di Romagna, racconta il lustro cesenate di Fabrizio Castori: cinque stagioni da idolo, tecnico e spirituale.
Il collega romagnolo detta i tempi: «Fabrizio è un uomo vero, uno corretto che non mente, un puro incapace di tradire. Odia chi si accontenta, con lui non sarebbe possibile vedere partite accomodate. Questa trasparenza è un pregio, ma, nel calcio d’oggi, quelli che dicono cosa pensano a volte la pagano».
Consequenzialità: «L’essere sanguigno l’ha fatto diventare l’idolo della tifoseria, come il suo calcio offensivo. Preparatevi a una squadra con il suo carattere, dove non si difende troppo».
Altra chiave: «Ha in sé la riconoscenza, motivo per cui non è venuto a Varese l’anno scorso. Non se l’è sentita di mollare Ascoli dopo la salvezza, presa arrivando in corsa sul -15 dalla penultima: avrebbe fatto meglio ad accettare, dopo una grande impresa è dura ripartire».
Vita vissuta: «Ha ancora casa a Cesena, perché sua figlia Alice ha studiato qui al conservatorio. È diventato padre giovane, a 26 anni, e infatti è già nonno».
Focus sulla cronaca nota: «In città è ovviamente ricordato per la promozione in B del 2004, con la rissa nella finale di ritorno a Lumezzane». Al Manuzzi finì 1-1, nel bresciano i bianconeri s’imposero 2-1 dopo i supplementari.
Riprende: «Mi chiamò alla vigilia, mi disse “domenica noi ci faremo mangiare il cuore ma andremo in serie B”. L’andata fu infatti spigolosa, alcune parole di troppo sul momentaneo 1-1 del Lumezzane gli fecero perdere la testa. Sbagliò: a torto o ragione, un allenatore deve sapersi fermare».
Tre anni di squalifica poi ridotti a due, ma nessun taglio dal Cesena: «Per farsi perdonare, per espiare, il martedì e il giovedì iniziò ad allenare la squadra della comunità di San Patrignano, terza categoria. Anche la domenica in partita, dalla tribuna come il sabato con il Cesena in B. L’esperienza di San Patrignano lo segnò umanamente».
Torniamo al Cesena, alla quasi A «svanita nel 2006 perché in semifinale favorirono scientificamente il Torino, come nella finale con il Mantova». Castori, sopravvissuto alle tempeste, a quel punto firmò un triennale con il presidente Lugaresi. Iniziò la stagione 2007, «ma qualcosa si ruppe nell’ambiente, eravamo ultimi e Lugaresi lo caccio per Vavassori un giorno prima di cedere a Campedelli». Il nuovo mister non funzionò, «Campedelli lo richiamò per gratitudine e spinto dalla piazza. La salvezza non riuscì, ma Castori per amore rinunciò ai restanti due anni di contratto».
Chicca: nel 2002, Castori lanciò in C l’allora sedicenne Nicola Pozzi. Il giustiziere del Varese con la Samp.
Francesco Caielli
Samuele Giardina
a.confalonieri
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