Nel calcio, almeno, per rompere il ghiaccio puoi chiedere a un tecnico appena arrivato che modulo usa. Nel basket, se non c’è ancora più di mezza squadra, di cosa parli? Così il debutto di Fabrizio Frates da allenatore della Cimberio diventa un paradosso: l’allenatore del futuro costretto a parlare del passato. Dice le solite cose di ogni presentazione, quelle che manco vi riportiamo perché potreste indovinarle da soli.
Poi però arriva la prima vera domanda, ed è già un trabocchetto. Lui, alto, elegante, zazzera salepepe, abbronzato, erre moscia a go-go, si dimostra in forma ed esce dal blocco a tempo e luogo, smarcandosi con lo slogan giusto: «Lo so, qui li chiamate indimenticabili: terremo vivo e alimenteremo il fuoco che hanno acceso, ma per il resto… dovremo dimenticarli e farli dimenticare alla svelta».
Siccome è tutto tranne che fesso, conta di ripartire proprio dalle schegge del sogno interrotto: «Rifondare è un piacere, se chi va via lo fa perché una grande stagione gli è valsa contratti più ricchi. Troveremo altri ragazzi in grado di fare lo stesso percorso. In un mondo perfetto sarebbero rimasti tutti in blocco, ma non è più tempo di bandiere, è
tempo di sfide continue. Però non si partirà proprio da zero: diversi giocatori hanno in mano le nostre proposte di conferma. In base alle loro risposte cercheremo ciò che ci serve, con un occhio al gioco dei passaporti. Una volta capito chi resta, gli incastri verranno da sé. Io conto di avere un po’ di continuità tecnica».
Lo choc del caso è fresco e guida i primi approcci con l’ambiente. Spiega: «Ho firmato un biennale con possibilità di uscita a metà percorso: ma conto di non esercitarla mai. Quanto guadagno? Non lo sa manco la mia fidanzata…». Ed è rilassato: «Costruire da capo una squadra non mi spaventa, anzi: m’intriga. Le aspettative sono ovviamente alte, ma non temo i paragoni, perché il mio gruppo sarà diverso. Scriveremo una storia nuova, da giudicare strada facendo, col metro del presente e non dell’amarcord. Non posso dire dove arriveremo, però non sarebbe giusto zavorrarci guardando dove sono arrivati quelli prima di noi».
Molti, all’annuncio dell’ingaggio, hanno storto il naso. Perché è stato a Milano e Cantù: «Beh, qui hanno fatto grandissime cose un ex assistente di Milano come e un ex allenatore di Cantù come …», sorride Frates. E perché è sembrato una seconda scelta: «Per niente. È un coach di alto livello, individuato perché dà garanzie tecniche e ha una certa esperienza anche in Europa, dettaglio che male non fa», bacchetta .
Frates e l’uomo mercato hanno già in mano i biglietti aerei per gli States: domenica voleranno alle Summer League di Orlando e Las Vegas. «Contiamo di trovare le persone e i giocatori giusti. A occhio servono play, guardia e pivot americani. Nella scansione dei ruoli cercheremo di avvicinare lo schema dell’organico di Vitucci».
La novità sarà l’Europa: «Il gironcino di qualificazione all’Eurolega è un bel regalo della società. Passare sarà difficile, perché il livello è molto alto, però ci proveremo. Anticiperemo il raduno di due settimane per arrivare pronti all’appuntamento: mal che vada resterà l’Eurocup, comunque affascinante e competitiva. Dovremo calibrare bene il lavoro, combinare a dovere allenamenti e viaggi. Dobbiamo sapere che non si potrà mai vivacchiare, e che capiterà di pagare gli sforzi in campionato: è successo pure a Siena nella scorsa regular season. Resta il fatto che le coppe sono uno stimolo enorme, per i giocatori e anche per me. E sono naturali per un club come Varese».
Il capitolo è alle spalle: «L’Olimpia non mi interessa più. Sono felice di tornare a fare il capo allenatore, dopo due stagioni da vice: a Milano pensavo finalmente di vincere uno scudetto, invece la faccenda si è chiusa malissimo. Anche se non sono più di primo pelo, anzi ormai sono quasi un veterano della panchina, in questo periodo ho imparato cose che non sapevo e mi torneranno utili».
Poi Fabrizio Frates va sul parquet per le interviste televisive, e lì – mentre gli operatori provano riprese e microfoni – lo coglie la sindrome di Stendhal. Alza gli occhi agli stendardi: «Tutti i palazzetti sono belli, ma questo è più bello degli altri».
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