Caro signor Sindaco,
prima di tutto grazie. Grazie per l’attenzione con cui segue “La Provincia di Varese” e per la puntualità con la quale ribatte a quanto, secondo lei, non è corretto. Potrebbe forse farlo con uno stile un po’ meno risentito, ma l’importante in questo caso non è la forma, ma la sostanza. E la sostanza è che un dibattito sulle pagine di un giornale è il miglior concime non solo della democrazia, ma anche del vivere civile. Confrontando conoscenze, idee, ipotesi ci si avvicina a quella verità che troppe volte sfugge e, molto spesso, viene aiutata nella sua latitanza dai comportamenti ambigui di chi preferirebbe che non si parli al manovratore. Era ora che ci si arrivasse anche a Varese.
Permetta però una precisazione: nessuno se la prende con lei in prima persona. La conosciamo da troppo tempo e da troppi anni per non apprezzare le sue doti di intelligenza e mediazione. Sul banco degli accusati, quando si parla di amministratori, non ci va il sindaco, ma tutta l’intellighenzia di Palazzo Estense che comprende politici, tecnici, burocrati. E’ a loro, nel loro insieme, che ci rivolgiamo, non ad Attilio Fontana.
E adesso veniamo ai punti che lei nel suo scritto contesta. Essenzialmente due: a) non è stata ancora effettuata alcuna scelta sul futuro del teatro; b) l’ipotesi di utilizzare il Politeama non è percorribile per insormontabili problemi tecnici.
La prima è una novità di questi giorni. Negli ultimi sette anni – da quando cioè è stata acquistata la Caserma Garibaldi – tutta Varese era convinta che il teatro avrebbe trovato lì la sua collocazione definitiva. Questo mostruoso malinteso avrà pure avuto qualche input autorevole. Anche perché Palazzo Estense non ha fatto nulla per frenare gli entusiasmi. Anzi. Adesso, visto che la Soprintendenza latita, ci viene spiegato che realizzare il nuovo teatro al posto di quello provvisorio, cioè sull’altro lato della piazza, è in realtà un “piano B”, astutamente pensato come soluzione alternativa all’inerzia della Soprintendenza.
Ne prendiamo atto, anche se nel farlo ci viene in mente la favoletta di Esopo, quella della volpe e dell’uva, che insieme studiammo sui banchi del ginnasio. Tanto più che Forza Italia, proprio in questo ultimo periodo, non lascia passar giorno senza tirare acqua al mulino del “piano B”, quasi volesse lasciare a lei e alla Lega il cerino incandescente della caserma. Amministrazione divisa? Ripensamento forzista? Nell’uno e nell’altro caso, non il monolite che lei lascia trasparire dal suo scritto. Quanto al Politeama, non sono ingegnere e le confesso che ignoravo perfino cosa fosse la “torre scenica” che lei spiega essere indispensabile per far funzionare un teatro e la cui costruzione obbligherebbe a radere al suolo un condominio e a mettere in mezzo alla strada gli inquilini del palazzo.
Mi limito ad osservare che non credo che in questi anni si siano sventrati i palcoscenici che hanno fatto la storia della drammaturgia italiana per piazzarci queste indispensabili torri. E che tecnologia e meccanica hanno fatto tali e tanti progressi che, così come oggi si piazza un ascensore in un palazzo del ‘600, probabilmente si riuscirebbe anche a realizzare al Politeama torre scenica, camerini e gli altri spazi necessari agli spettacoli con sistemi meno distruttivi per i vicini di casa. Ma se anche così non fosse, è proprio sicuro – lei che è avvocato e come me, presumo, non espertissimo di ingegneria, architettura e urbanistica – che i tecnici che le hanno raccontato del condominio e della necessità di raderlo al suolo non siano gli stessi che qualche anno fa hanno convinto altri amministratori di Palazzo Estense riguardo agli indubbi vantaggi del ripristino della funicolare in quella posizione, con quegli accessi e senza parcheggi? Perché se fossero proprio gli stessi io qualche dubbio ce l’avrei. Non so lei.
MARCO DAL FIOR
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