Varese-Padova sotto l’acqua Ma non può piovere per sempre

VARESE Non può piovere per sempre. I giocatori del Varese, che si chiamino Bressan o Nadarevic o in qualunque altro modo, dovrebbero farsi un giro sul profilo Facebook di Franco Lepore. Leggere quel suo slogan disperato ma indistruttibile («Non può piovere per sempre») e riscoprire alcune verità.

1) Esistono calciatori senza una squadra, senza stipendio, insomma senza la loro vita eppure lottano con dignità, orgoglio e umiltà per riconquistare il profumo dell’erba, di un semplice allenamento, di compagni da tifare anche dalla tribuna come ha sempre fatto Lepore.

2) Non è necessario perdere tutto per essere di nuovo persone normali, fragili e immerse nel mondo reale (Lepore anche in questo è un esempio, perché lo è sempre stato fin da quando stringeva la mano a chi gli affibbiava 4 in pagella, vendicandosi sul campo invece che con la supponenza degli intoccabili).

3) Indossare questa maglia o di qualunque altra squadra di B (e incassare lo stipendio, fare la vita che si fa in serie B), è una fortuna e un privilegio non solo rispetto a molti colleghi come Lepore, ma anche ai 3.500 tifosi che oggi beccheranno acqua e freddo per venire allo stadio. Senza aspettarsi tanto gol o vittorie ma la loro stessa passione, la stessa serietà, la stessa capacità di guadagnarsi ogni volta sul campo tutto ciò che hanno. Nella vita di ogni giorno del 99% dei tifosi biancorossi non è permesso mandare al diavolo un collega sul posto di lavoro, non è permesso esautorare il capo o non rispettare le regole dell’azienda che ti paga, non è permesso avere un comportamento meno che impeccabile. Altrimenti, vai a casa.

È una partita contro avversari senza volto né nome perché ognuno di quelli che andranno in campo o saliranno sulle gradinate avrà di fronte soltanto se stesso. E dovrà dimostrare chi è, di che pasta è fatto, di quale slancio è capace: aiutando i compagni anche quando verrebbe voglia di abbandonarli al loro destino, ingoiando fischi e borbotti anche quando parrebbero sacrosanti, o ancora mettendo davanti alle proprie aspettative (il gioco, i gol, i numeri e l’egoismo personale che racchiudono) l’unica aspettativa che conta, cioè la vittoria del Varese che manca come l’aria.

Questi giorni di scontri, mezzi ammutinamenti e strigliate hanno acceso un fuoco nel cuore di Castori. Solo quello gli mancava per essere un allenatore da Varese. Tarantolato come il miglior Sannino, oggi sputerà fuoco e alla fine tutto lo stadio lo chiamerà col suo nome: il Drago Castori.

Andrea Confalonieri

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