Il voto svizzero in realtà ci tutela

Il voto svizzero 
in realtà ci tutela

E in verità vi si dice: méi d’inscì, per i frontalieri, la pôdéva mìa nà. Tradotto: il voto espresso domenica dagli svizzeri sull’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa” è un incredibile strumento di salvaguardia del frontalierato “vero”.

Alle brevi ci si liberi della questione migratoria. Istanza approvata alle urne: porre un tetto massimo all’ingresso di persone; nel testo non è indicata una cifra; viene chiesto solo che tale soglia sia fissata. Si potrà discutere sull’entità “congrua alle esigenze dell’economia elvetica”; si potrà avanzare un dubbio su quanto ciò sia eticamente compatibile (ma il “sì” all’iniziativa è venuto anche dai Cantoni a forte maggioranza protestante). Gli è che quote all’immigrazione esistono in varie nazioni; analoghi provvedimenti verranno assunti a breve – volete scommettere? – anche in più Paesi europei. A Berna, poi, potrebbero decidere che la cifra ideale di ingressi è una media computata sugli ultimi 10 anni. Di che stiamo parlando, allora? Di qualcosa “in fieri”, da qui a tre anni ché prima del 2017 non se ne verrà a capo.

Calma e gesso, poi, per quanto attiene al frontalierato. Se vi va, date retta a quei politici tricolori che dichiarano di conoscere la Svizzera – e, infatti, confondono un’iniziativa popolare con il “referendum”: dilettanti allo stato brado – perché una volta la settimana vanno al Gaggiolo per il pieno di benzina. Se vi preme la realtà delle cose, credete agli analisti della Cciaa di Varese (oh, yeah), che giusto ieri hanno fornito uno spaccato della situazione. Il frontalierato poggia di base su tre province: Varesotto, 42.3%; Comasco, 40%; Vco, 9.1%; a raffronto, nel 2010 i valori risultavano nell’ordine al 43.7, al 40.4 ed al 9.3%. Ma si tratta degli “stessi” frontalieri? No: su un periodo di 13 anni, a volumi triplicati essendo circa 60’000 i frontalieri – più 20’000 indipendenti cui tocca il solo obbligo di una notifica all’autorità cantonale – a fronte delle 27’000 unità del 1999, nel terziario opera il 54.5% del totale (contro il 38.8), mentre la quota manifatturiero più edilizia è calata dal 60.3 al 44.6%.

Cambiano i profili: in Ticino sono affluiti sì i tecnici ed i “colletti bianchi”, ma è giunta anche una massa di personale despecializzato e disposto a tutto. Anche a far salti di gioia per salari che un ticinese, o un domiciliato, non può permettersi di accettare giacché tra imposte, assicurazioni obbligatorie ed affitti non arriverebbe al 25 del mese. Qui due i fenomeni: da un lato, la sostituzione degli indigeni con avventizi; dall’altro, le ondate di frontalieri che frontalieri non sono, giungendo essi da distanze di millanta chilometri. È gente – la si capisce, santa pace – pronta a farsi pagare quattro centesimi; e, in tal modo, essa si trasforma nel peggior nemico dei frontalieri “veri”. Direte: ma il datore di lavoro non ha una sensibilità sociale? Rispondiamo: spesso la sensibilità sociale è all’ultimo posto di una classifica già inesistente. Sfruttamento, quindi: tante, troppe volte in aziendine costituite da soggetti cui preme un lucro immediato, e poi ciao. Non ti va bene? Ne trovo un altro, per il “call center”, pirlotto.

Ciò non dipende, né dipenderà, dai contingenti e dai “tetti”. Dipende dal mercato; dipende dalla testa dei “manager”. E dipende da un’incognita: la congiuntura potrebbe tendere verso cifre rosse. L’ecatombe di banche è attestata dal sempre minor gettito fiscale; non manca chi, pur in presenza di condizioni-quadro decenti, punta a delocalizzare gli impianti industriali, e di certo non verso l’Italia. Questi sono i veri rischi, rischi palpabili. Altro che prodursi in stizze perché “bisogna difendere i 60’000 frontalieri che danno ricchezza alla Svizzera”, onorevolame vario.

Varese

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