Davide Pacifico di Morazzone vola basso (proprio come il timbro di voce, un baritono che non ti aspetti da un ragazzo di vent’anni). Eppure è il capitano del Milan vincitore del Torneo di Viareggio, eppure ieri sera era a San Siro vestito a Champions’ per un giro d’onore di fronte al popolo rossonero. Roba che la testa un poco la fa girare. «Io cerco di portare sempre con me quel che ho imparato al Varese», dice lui.
Qualche passo indietro. Pacifico è un ragazzino e gioca nel Bosto. Giorgio Scapini e i talent scout biancorossi lo notano e lo portano a Masnago. Una trafila, quella che parte da Capolago, che han fatto in tanti. Pacifico vive una stagione nei giovanissimi della scuola calcio, quindi passa per un biennio sotto le mani di Gigi Gennari, storico insegnante di calcio nei giovanissimi del Varese. A seguire, passaggio diretto (per una stagione) negli allievi nazionali di Mario Belluzzo. Quindi, il trasferimento in rossonero («Ci è pianto il cuore, ma al Milan non si fa la guerra», ricorda Scapini).
«A Gennari – racconta Pacifico – devo l’impronta tecnica, tattica e mentale, quel farti sentire per la prima volta in un club di calcio professionistico. A Belluzzo voglio davvero bene e lui me ne vuole: è un allenatore da prima squadra, mi ha insegnato che cosa vuol dire provare ad essere uno che vive di questo mestiere».
C’è però qualcosa in più, qualcosa che è sia dentro che sopra le lezioni di mister quali Gennari e Belluzzo. «Al Varese – spiega Pacifico – hai la fortuna di imparare la mentalità da lavoratore. L’atmosfera che ti fanno respirare è fatta di umiltà, di capire i propri limiti. Di più: di apprezzarli e di cercare di trasformarli in punti di forza. Al Varese è come se ti dicessero: non esiste nulla di regalato, impara a guadagnarti le cose. Al Milan è diverso, perché ci sono strutture incredibili e appena fai un passo c’è uno staff di duemila persone al tuo servizio. È tutto pronto». Dicono di Pacifico che sia prima di tutto un ragazzo serio. «Credo abbiano ragione, nel senso che cerco sempre di mettere in cima a quel che faccio educazione e rispetto. Se ciò significa essere serio, allora lo sono. Ed è quello che il Varese mi ha lasciato: prima di tutto, impara a comportarti».
Pacifico vola basso anche per quel che riguarda il suo futuro. «Chi non vorrebbe andare in prima squadra? Però, cerco di essere realista: il passo verso il calcio dei grandi è enorme ed è molto più probabile che debba andare a giocarmi le mie carte in serie B, magari, o anche in club di Lega Pro. L’idea della gavetta non mi spaventa e porterò con me quelle idee forti che proprio il Varese mi ha insegnato».
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