«O l’Unione svolta e cambia la sua politica economica, o siamo al tramonto di un grande sogno» commenta Romano Prodi che le dinamiche europee le conosce bene in virtù della sua esperienza di premier italiano e soprattutto di presidente della Commissione europea, dal 1999 al 2004.
Quello dell’Europa, prosegue, «è un sogno iniziato negli anni ’50, quando i vecchi Stati del cuore del Vecchio Continente, che correvano verso il boom economico e si risollevavano dalle rovine della guerra, hanno iniziato a progettare un futuro di pace e di benessere attraverso un impegno comune, prima economico e poi politico».
Le ultime consultazioni hanno alimentato i venti dell’euroscetticismo che scuotono l’albero dell’Unione. Ma per Prodi «il problema non è cambiare moneta, bensì cambiare politica».
«La crisi europea che ha mietuto milioni di posti di lavoro», spiega, «è conseguenza di una politica economica sbagliata, basata sul rigore anziché sullo sviluppo. I partiti storici come il Pse e il Ppe saranno probabilmente obbligati a una grande coalizione, visto il fenomeno populista, ma non basterà. O adempiono alla funzione di un governo attivo dell’Europa o sarà la fine sia per il Pse sia per il Ppe. Se l’Europa non è in grado di governare la globalizzazione, siamo finiti. Finora i vari governi nazionali dell’Unione hanno sopraffatto il ruolo della Commissione e degli altri organismi sovranazionali. Finendo così per dare le chiavi dell’Europa alla Germania».
«Francia, Italia e Spagna, che avrebbero potuto contrastare questa linea “renana”, non hanno mai costruito una piattaforma politica comune. Ognuno è andato per conto suo, non c’è stata una proposta politica alternativa sufficientemente forte. La Germania ha sfruttato le divisioni per imporre una sua forza che le deriva dalle convinzioni politiche del Cancelliere Angela Merkel e dei partiti che hanno sorretto, con la Grande Coalizione, il governo tedesco».
«Sono molto chiare: qualsiasi cambiamento politico contrario alla linea del rigore e un’espansione dell’economia sarebbero stati un indebito favore a Paesi “indisciplinati” come Grecia, Italia, Francia, Spagna. La fascia dell’Europa del Sud, contrapposta a quella continentale. Tutto questo ha reso politicamente molto bene alla Germania al suo interno».
«La Germania è l’unico Paese che non ha un partito populista di grosse dimensioni. Il ruolo assunto dalla Merkel, di paladino della leadership tedesca, ha evitato il rischio di una reazione populista nazionalista all’interno della Germania. Mentre nel resto del Continente, come l’esito delle elezioni europee dimostra, la reazione populista si è fatta sentire con l’affermazione di grandi partiti anti europeisti, come il Front National di Marine Le Pen in Francia o l’Ukip di Nigel Farage in Inghilterra».
«È un risultato di grande soddisfazione per due motivi. L’Italia ora è stabilizzata, può fare davvero sul serio e procedere con le riforme e il nostro Paese ha la possibilità, in Europa, di essere veramente il punto di condensazione degli Stati che vogliono una politica diversa, basata sulla ripresa e non sul rigore. Prima di questo risultato elettorale Spagna e Francia potevano anche avere uno sguardo leggermente di superiorità, o di scetticismo circa la possibilità che l’Italia fosse all’avanguardia o almeno parte forte di un gruppo di Paesi che vogliono un cambiamento nella politica. Oggi questa superiorità ha sempre meno senso».
«Diciamo che l’Italia ha l’opportunità di dettare l’agenda dei provvedimenti e non è poco. Potrà fare molto per il progresso di temi quali le infrastrutture digitali, nel settore dell’energia, soprattutto delle energie rinnovabili, e della ricerca. Naturalmente occorrerà costruire una maggioranza intorno alle eventuali proposte del governo italiano. Ma l’affermazione del Pd di Matteo Renzi ci faciliterà questo compito. Non è da tutti essere definito “el Matador” da Angela Merkel, come è avvenuto nel recente incontro del premier italiano con il Cancelliere tedesco, la donna forse più potente del mondo che guida il Paese più popoloso e più economicamente prospero d’Europa».
«Anche sull’immigrazione l’Unione non ha compreso la necessità di una politica comune. Ognuno viene lasciato solo. Anche in questo caso però occorre più Europa e non meno Europa. Voglio tuttavia ricordare agli euroscettici che, date le condizioni dei Paesi del Sud del mondo, i profughi arriveranno in ogni caso, indipendentemente dal fatto che l’Italia sia o meno membro dell’Unione europea».
«Sono abbastanza ottimista. Certo, come ho detto, bisogna cambiare le politiche economiche e sociali: non si può andare avanti come è stato fatto negli ultimi dieci anni. Non è possibile che l’Europa stia in mezzo al guado, senza andare né avanti né indietro. Abbiamo bisogno di politiche di sviluppo, come sta facendo l’America di Obama, che infatti sta riducendo la disoccupazione».
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