VARESE «Il razzismo lo sentiamo sulla nostra pelle tutti i giorni. Basta uscire di casa e incontrare gli sguardi della gente».
Erano per la stragrande maggioranza senegalesi, come i due ambulanti uccisi a Firenze, gli immigrati che si sono ritrovati ieri pomeriggio in piazza XX settembre per un presidio di solidarietà con le vittime e per cercare di sensibilizzare gli italiani, e in particolare i varesini, sulle loro condizioni di vita. Tra i manifestanti, anche alcuni dei profughi ospitati all’hotel Plaza, esasperati da sette mesi di incertezza.
La manifestazione di Varese si è svolta in contemporanea con raduni simili in moltissime altre città italiane, tra cui la stessa Firenze. Circa duecento le persone in piazza a Varese, tra cui anche molti italiani. Ma i protagonisti sono stati gli africani, con le loro storie e la loro esasperazione, che hanno parlato con un megafono per due ore verso i varesini, indaffarati nelle compere natalizie. Una domanda, più di altre, risaltava sui cartelli improvvisati dagli stranieri: «Quanti altri Gianluca Casseri ci sono fra noi?».
«Siamo venuti in Italia per lavorare, non per morire. Se avessimo voluto morire, saremmo rimasti in Senegal: sarebbe accaduto prima». Ndeje Thiam ha venticinque anni e fa la badante a Gallarate. È in Italia da quindici anni, ma il suo accento senegalese è ancora forte: «Il razzismo lo tocco con mano ogni volta che esco, in moltissime attività quotidiane. Ad esempio, prendere una casa in affitto per uno straniero è più difficile: spesso già al telefono, senza nemmeno vedermi, mi dicono che non posso avere l’appartamento».
Ndeje dice di avere paura, soprattutto in questi giorni: «Hanno ucciso due nostri fratelli. In tutti i mercati, anche a Varese, ci sono bancarelle gestite da stranieri. Quello che è capitato a Firenze poteva succedere anche qui».
Diop Pape è in Italia da undici anni. Laureato in economia a Dakar, nel nostro Paese si è adattato a fare di tutto: «Potrei inoltrare le pratiche per l’equipollenza del titolo di studio, e far valere la mia laurea in Italia. Ma non servirebbe a niente: noi neri possiamo fare solo lavori che voi Italiani non volete più fare».
Questa, dice, è un’altra forma di razzismo. «Come quella di dire ai bambini che bisogna aver paura dell’uomo nero – dice ancora Diop – se insegnate queste cose ai vostri figli, l’Italia non diventerà mai un Paese avanzato e multiculturale».
Nonostante tutto, gli africani sono ottimisti per il futuro: «I ragazzi – raccontano nel megafono ai passanti – girano in compagnie miste, italiani e stranieri. Perché sanno che il futuro è il melting pot. Con gli anni le cose miglioreranno, perché sono gli adulti ad essere razzisti. Ma i loro figli crescono insieme ai nostri».
s.bartolini
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