Il dramma Omsa, un déjà vu che riapre le ferite di Busto

BUSTO ARSIZIO Un déjà vu che causa dolore, che apre ferite mai sopite. In questi giorni sulla rete il tam tam della rete è intenso per l’amara vicenda della Omsa. E “incalza” anche l’orgoglio varesino.

La rete è forse l’unica variazione sul tema rispetto a quanto è accaduto nel Varesotto un anno e mezzo fa: allora la mobilitazione per l’Ibici era stata fisica, non virtuale. Se questo nuovo sistema servirà, è tutto da vedere. Ma di certo le analogie sono impressionanti.

La zona colpita in questi giorni è Faenza, 239 persone che al termine della cassa integrazione dovrebbero rimanere a casa. Una decisione presa dalla Golden Lady, nel Mantovano. Tutto finito? Non proprio, perché lo stabilimento riaprirebbe in Serbia. Così come negli anni scorsi si era detto stop al capannone (di nuova costruzione) nella zona industriale di Busto Arsizio, ma si andava a bussare in Bosnia. Le analogie proseguono a partire dal dato più paradossale: non è che le calze non abbiano più mercato, al contrario. Come quelle dell’Ibici erano ancora richiestissime, anzi lo sono tuttora.

La globalizzazione è anche questo: trovarsi su una medesima barca, traballante senza un motivo. O meglio, senza un motivo reale. Perché ovviamente la differenza c’è: il costo del personale.
E la differenza bis è che Facebook ha spalancato le braccia alla contestazione, innescando persino un boicottaggio.

Forse non cambierà le cose, ma – come sottolineano i vertici dell’Adici –  «sarà un banco di prova importante per capire quanto il consumatore possa diventare parte attiva in processi decisionali di politica economica a livello macro, e di politica aziendale a livello micro».
Marilena Lualdi

m.lualdi

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