Quattromila tutti in piedi «Vitucci salta con noi»

Mai tornare nei luoghi dove si è stati felici, ha detto Gabriele Salvatores: ma la frase non è sua, l’ha presa da un sacco di intellettuali capeggiati da Catone Censore. Mai tornarci, specie se ti sei lasciato male, aggiungiamo noi. Ieri era la prima volta di Frank Vitucci nel tempio del sogno infranto, e i pochi minuti della presentazione delle squadre hanno certificato il divorzio, dopo una separazione stucchevole nella forma e nella sostanza.

Frank aveva lasciato Varese con la festa di piazza Monte Grappa. Lì, affacciato al balcone, era acclamato come un papa appena eletto. Qui, davanti alla panchina degli altri, riceve una manciata di applausi e l’annunciata gragnuola d’improperi.

C’è chi inalbera un due aste di ringraziamento per gli Indimenticabili, c’è chi timidamente applaude. Ma il grosso fischia, e la curva non è tenera. Spruzza ironia («Vitucci sotto la curva»), esprime orgoglio («Varese non si tradisce»), alterna slogan di varia asprezza: ma dura tutto lo spazio d’una esclamazione dello speaker. Poi tutti tornano solo a tifare Varese: l’indifferenza come cifra del distacco.

E lui, Vitucci? Se ne sta lì, solo coi suoi pensieri, triste in volto, senza parole. Fotografi e giornalisti lo scrutano, a caccia di una smorfia che Frank non regala: impietrito, in trance, lineamenti tirati, occhi da bloodhound e niente proverbiale sorriso. Se l’era immaginata diversa, questa serata? Forse sì, o forse no: ha sempre professato rispetto per Varese, ma sapeva che la maggior parte della gente, sedotta e abbandonata, non l’aveva presa bene.

Al momento dei saluti di rito, mentre tutto lo staff irpino tende la mano a quello biancorosso, l’unico a farsi avanti è Frates, l’erede che nulla c’entra con la telenovela dell’estate. Con gli altri, gelo totale: Frank dà la destra al collega e fa mesto dietrofront.

All’inizio del terzo periodo arriva il carico grosso: la curva espone due striscioni, sommati fanno «Varese nel cuore… tante belle parole… sei un uomo senza onore! Da papa sei stato trattato, da traditore te ne sei andato»: la gente applaude. Alla fine tutti in piedi, al ritmo di «Vitucci salta con noi». Lui infila il tunnel un istante dopo la sirena, testa china e qualche pensiero in più.

Tra l’altro, non è che laggiù gli abbiano dato uno squadrone. Volendo scherzare e un po’ dissacrare, sembra Alonso sulla Ferrari: lui forse il migliore, la macchina chiacchiere e distintivo. Comunque, per stavolta il nuovo progetto di Varese – quello che, soldi o no, Vitucci non ha voluto abbracciare – si è dimostrato migliore delle magnifiche sorti e progressive sventolate da Avellino. Tanto basta, anche a chi non l’ha fischiato.

Nel dopogara il tecnico veneziano abbozza e si limita a una laconica parentesi: «Sapevo che qualcuno era incazzato, ma altri mi hanno accolto bene. Ci sta: io la chiuderei qui questa faccenda, inutile tornarci sopra».

Chissà se l’hanno ferito più gli insulti o la prova della sua Avellino: «Fin dalla prima azione s’è capito chi comandava e chi arrancava. Varese ha meritato, noi abbiamo fatto un grosso passo indietro, sbagliando tanto sia in difesa che in attacco. Non ha funzionato quasi niente: avevamo anche preparato qualcosa, ma qualunque cosa fosse non l’avete vista, perché eravamo davvero dimessi: prestazione mediocre di tutti. La conferma che questa squadra ha bisogno di tempo: più della Cimberio, che giocando due volte a settimana può lavorare di più sull’amalgama e sulle situazioni di campo. Infatti l’ho vista ordinata, compatta, padrona del ritmo: noi abbiamo camminato».

Varese

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