Vescovi ci mette la faccia «Stavamo perdendo tutti»

Noi un allenatore lo cambieremmo solo in due casi. 1) Non crede più nella sua squadra, ritenendola troppo scarsa o inadatta a raggiungere l’obiettivo chiesto dalla società, in questo caso i playoff (se non ci crede il comandante, come fanno a crederci quelli che dovrebbero seguirlo in battaglia? E poi guardate quanti gruppi considerati mediocri arrivano davanti alle migliori solo perché sono più convinti, più uniti, più

motivati). 2) Non ha più dalla sua parte lo spogliatoio: non tanto i Matthews o gli Holland, quelli se li ingabbi muoiono e tu muori con loro, ma i leader e i capitani, i collettori dell’anima o i portaborracce. Ormai la Pallacanestro Varese era piombata in pieno nell’uno o nell’altro caso (scegliete voi quale) o forse in tutt’e due, quindi la scelta è stata inevitabile.

Ma perché proprio ora, dopo che Frates è stato difeso per mesi dalla ghigliottina di piazza, prima di una trasferta a Brindisi che nell’immaginario collettivo è considerata strapersa? «Proprio questo è stato il punto di non ritorno – dice Cecco Vescovi – perché non potremmo vincere a Brindisi?». Le facce, i segnali, gli atteggiamenti erano quelli di una sconfitta ineluttabile: da qui è partito il contropiede di Vescovi. «I volti, i rapporti, i capi scossi, i lamenti, queste cose non tornavano più».

Perché proprio ora dopo che lei ha tirato per i capelli la conferma di Frates contro tutti e tutto? «L’ho sempre protetto perché la squadra era stata costruita con dei difetti e le colpe erano da distribuire tra tutti, cominciando da me. A questi errori ho posto rimedio con due arrivi (Banks e Johnson) e due addii (Hassell e Coleman). Ma le cose sono continuate a non funzionare». Eppure contro Reggio Emilia e Venezia… «Sembrava che l’ambiente

si fosse risollevato e rasserenato: ci sbagliavamo». Era tutta colpa di Frates, quindi. «Colpa mia, colpa sua, colpa loro. Non importa un bel nulla arrivati a questo punto. Ormai con Frates era diventato un gioco al massacro che andava bloccato. Tolta la persona che si prendeva gli insulti per tutti, restiamo noi davanti al traguardo. Non abbiamo più scuse: magari non raggiungeremo i playoff, ma almeno proveremo a crederci».

Possono sempre attaccarla dicendo che con Sassari avrebbero perso tutti, non solo Frates. «Questa decisione non ha nulla di tecnico perché i sardi stanno viaggiando un metro sopra terra per chiunque. Sono altri i segnali, più delicati e importanti».

Anche Vescovi è andato dietro alla piazza? «No, sono andato dietro a quello che penso». E la sua idea era Bizzozi: perché? «Perché, al di là dell’aspetto economico che devo sempre tenere presente, avevamo già in casa una persona che sapeva usare le parole giuste e leggere le persone. Stefano è con noi da un anno e mezzo, conosce le pieghe dell’ambiente. Fa parte del gruppo e può riportare quello che manca, cioè serenità e alchimia. Senza quelle, anche negli allenamenti e nella vita di tutti i giorni, nessuno di noi può esprimere quello che vale. Ogni cosa sembrava una tragedia, invece non lo è. Le diversità e la differenze di personalità devono unirsi e non accentuarsi».

Dite a Cecco che così l’hanno vinta i giocatori e lui vi risponderà così: «Non ha vinto nessuno, stavamo perdendo tutti e io avevo il dovere di agire perché dentro quel “tutti” c’è la Pallacanestro Varese. Che non può pensare di essere sconfitta prima di scendere in campo, a Brindisi o con chiunque, e che i playoff siano fuori portata. Da oggi tutte le squadre devono essere prese come squadre che si possono battere. Ai ragazzi questa mattina ho detto: “Voglio il 100% in qualunque cosa facciate da quando vi alzate a quando spegnete la luce”. Restano dieci partite alla fine: non so quante ne vinceremo, ma so che dobbiamo e possiamo partire per vincerle».

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