Quando a Varese nevicava davvero Si usciva da casa con le ciaspole

Vi ricordate il metro e mezzo in piazza Monte Grappa del 1985? Gelavano i piedi e capivi prima. In città silenzio da sala di incisione

I piedi erano il primo barometro. Con precisione infallibile, degna del miglior Bernacca, segnalavano l’arrivo della neve con un giorno d’anticipo, raffreddandosi di colpo e rimanendo ghiacciati nonostante scaldini, boule dell’acqua calda e vigorosi massaggi. Freddi e inerti, le dita bluastre, sintomi che a chi non avesse avuto la saggezza degli “anta” sarebbero potuti sembrare quelli di una

bella influenza, termometro in bocca sulle ventitré e aspirine a tiro di comodino.E invece, come per magia, al cadere dei primi copiosi fiocchi, i piedi riprendevano calore, per diventare bollenti con crescere dei centimetri, forse già presaghi di imminenti stivali, calzati per spalare in cortile e viscidi come anguille, quindi meglio metter da parte calore nei calzettoni di lana.

Tre spalatori liberano via Marcobi negli anni ’70 nella foto di Gino Oprandi

Tre spalatori liberano via Marcobi negli anni ’70 nella foto di Gino Oprandi

Sotto le coperte, con i piedi ormai buoni per una granita, scommettevamo su quanti centimetri ne avrebbe «messa giù» se «avesse rimollato» di notte, e già immaginavamo scuole chiuse, automobili in garage e slitta pronta a decollare sulla discesa di via Bligny, per noi veloce come la pista del Kandahar dove Roland Collombin e Franz Klammer scapicollavano come pazzi.

Di solito la prima neve arrivava a novembre, a volte una spruzzata sulle ultime foglie lasciate sugli alberi dall’autunno – «quand fioca in su la foeuja fioca da mala voeuja» ripeteva la nonna – altre invece, come nel 1977, ne metteva giù una quarantina di centimetri in città, paralizzandola e prendendo tutti in contropiede. Quell’inverno nevicò almeno una decina di volte, c’era chi arrivava a scuola con gli sci da fondo e i più lontani con le ciaspole, capimmo cosa volesse dire essere deportati in Siberia.
A quei tempi non c’era la Protezione civile da allertare ai primi due fiocchi, «se voltaven su i manegh» e si spalava, ognuno con i mezzi che aveva, il nonno con un enorme badile con cui, ai primi freddi, raccoglieva il ghiaietto del giardino facendone grandi mucchi per evitare che il gelo lo compattasse.

Una nevicata epocale arrivò sul finire degli anni Sessanta, un metro abbondante misurato al cancello, alberi piegati, rami spezzati, macchine sepolte, gatti attoniti che non osavano neppure affacciarsi alla porta del giardino, enormi pupazzi in piazza Monte Grappa e l’orgoglio di dire «io c’ero».

Via Carrobbio come San Pietroburgo

Via Carrobbio come San Pietroburgo

(Foto by Mario Chiodetti)

Il giardino del vicino, almeno il doppio del nostro, somigliava a un villaggio Inuit, perché l’Antonio aveva deciso di spalare la neve in maniera scientifica, tagliandola in blocchi quadrati che poi ammonticchiava a mo’ di igloo lungo tutto il vialetto d’ingresso alla casa, ormai del tutto simile alla strada per Bosco Gurin, uno dei luoghi più nevosi della Svizzera, dove si arriva senza sforzo ai tre metri.
Di chi camminava lungo quella pista battuta con le fatiche di Sisifo, si vedeva soltanto l’apice del cappello o il pompon del berrettone di lana, con un effetto da teatro dei burattini ma senza l’audio, perché il silenzio intorno era da sala d’incisione.

Era ovvio che la neve si aspettasse soprattutto a Natale (nel 2001 ci fu una bella imbiancata), e qualche volta capitava, trasformando la città in un Paese delle Meraviglie – «Andate a dormire, cari, finché non arriva di nuovo l’estate» – e noi bambini in viventi decalcomanie appiccicate ai vetri delle finestre, ipnotizzati dal vorticare dei fiocchi all’infinito.
E correvamo a cercare nei libri come si dice “neve” nelle lingue europee: “neige”, “snow”, “nieve” o “schnee”, ci sembrava di conoscerla meglio, di amarla in diversi modi, non ci accorgevamo del malumore di nonno e papà, che il mattino dopo avrebbero imbracciato i badili e incominciato a spalare, anche nel dì di festa. Il Natale con la neve era il calore della casa, il parlarne con parenti e amici al telefono dopo gli auguri, e la Kodak carica per i ricordi che verranno.

Un solitario ciclista attraversa corso Matteotti

Un solitario ciclista attraversa corso Matteotti

(Foto by Mario Chiodetti)

«Nient’altro che del bianco a cui badare», scrisse Arthur Rimbaud, ma di quel candore oggi dimenticato c’era bisogno, rassicurava come il camice del medico, ripuliva l’aria e le coscienze, profumava il respiro. Ci pensava lo scricciolo, il “re di scées”, minuscolo e saettante, a portare la novella dell’arrivo imminente della neve, girava per i giardini, lui di solito a quote più alte, e assieme al sordone cercava briciole e bacche.
Un meteorologo d’eccellenza, non sbagliava mai, in capo a un paio di giorni dal suo arrivo ci si svegliava con l’ovatta nell’atmosfera e la voglia di camminare per Varese per vederla trasformata, come in un film al rallentatore, sentire il rumore ritmato degli spalatori lungo i marciapiedi, lo scricchiolio del sale e della sabbia sotto le suole, e ridere delle tombole dei grandi.

Fu l’aria del mare di Kara, artico russo (allora sovietico), a determinare la candida apocalisse del 1985, un metro e venti in città, tre abbondanti a Campo dei Fiori, Milano sconvolta e bloccata per giorni, Palasport crollato e carri armati al posto degli spazzaneve, blocchi nevosi che si sciolsero a fine aprile, ormai neri come lava pietrificata. L’ultima replica di questa silenziosa metamorfosi del mondo si ebbe tra il 26 e il 28 gennaio 2006, con 70 centimetri buoni in centro e inverno gelido, il lago di Varese completamente ghiacciato a febbraio, pattinatori assortiti e qualche matto che andò in macchina da Cazzago all’Isolino.

Tempesta di fiocchi copre tutto e tutti in piazza Monte Grappa

Tempesta di fiocchi copre tutto e tutti in piazza Monte Grappa

(Foto by Mario Chiodetti)

Mercoledì, presto il mattino, sul melo giapponese lo scricciolo faceva sentire il suo crepitante richiamo, normale che adesso stia nevicando.