Signori, è il 14 febbraio. Avete circa dodici ore per mettervi in salvo. Prima di stasera chiudetevi in casa, muratevi in un bunker, emigrate all’estero. Massima allerta, perché incombe su noi mortali la più nefasta delle triangolazioni: San Valentino, la finalissima di Sanremo e l’uscita di “Cinquanta sfumature di grigio”. Aggiungete una spruzzata di clima carnevalesco ed ecco fatto: non sentite anche voi quell’inconfondibile voglia di legione straniera?
Ma come – si obietterà – non si potrebbe fare qualche concessione al romanticismo almeno un giorno all’anno? C’ho pensato anch’io, devo ammetterlo. Ma poi ho visto che i motel, romanticamente, mettevano le camere a metà prezzo mentre i club privé organizzavano ammucchiate a tema e ho capito che quel giorno non è oggi.
La festa di San Valentino con il romanticismo ha poco a che vedere. Tanto per incominciare perché la ricorrenza trae origine dai Lupercalia di epoca romana: più che una festività, un festino lussurioso in cui dei giovani sacerdoti detti Luperici correvano per strada nudi, con le pudenda lascivamente coperte da una pelle di capro, frustando indifferentemente la terra o il ventre delle donne di passaggio, le quali ben volentieri si offrivano alle scudisciate per aumentare la fertilità o perché insomma, i gusti son gusti (e qui ci addentriamo in zona Cinquanta sfumature, ma non anticipiamo: ci arriveremo).
Per tornare in epoca moderna cade sempre il 14 febbraio la ricorrenza della strage di San Valentino, in cui Al Capone e i suoi sgherri sterminarono a suon di piombo la banda di Bugs Moran, assicurandosi il controllo dello spaccio di alcolici a Chicago.
Con precedenti tanto prosaici, non stupisce che oggi San Valentino abbia ben poco di poetico: la festa degli innamorati è in realtà un’orgia consumistica, un baccanale indiavolato di cuori e cioccolatini, un tripudio di ristoranti a prezzo fisso e lingerie stile casa chiusa in vetrina. E infatti il primo motivo per non festeggiare è che c’è la crisi, signora mia, e San Valentino costa troppo. Per le donne estetista, parrucchiere e completino intimo da lupanare sono il minimo sindacale: cento euro che se ne vanno via così, sull’unghia. Agli uomini tocca invece offrire aperitivo, cena, rose e altre sciocchezze: fatevi due conti e chiedetevi se ne valga la pena.
Certo, c’è chi ha pensato al piano B: un cinemino, per esempio. Ma l’opzione è pericolosissima, in questo sciagurato 2015 in cui su tutti i grandi schermi del globo terracqueo incombono le famigerate Cinquanta sfumature, polpettone romantico con venature porno-soft che vi espone – voi maschi soprattutto – al rischio di dovervi trasformare nottetempo in gladiatori del materasso e dunque sculacciarla (ma non troppo) e insultarla (ma non troppo), sapendo benissimo che lei penserà tutto il tempo a quel fighetto palestrato di Mr. Grey.
Potreste, ovviamente, stare a casa, ma allora in nessun modo riuscireste a sottrarvi alla chiusura di Sanremo con tutti gli annessi e connessi: l’incarnato di Carlo Conti che vira ormai al terra di Siena bruciata, le più che freudiane tette di Arisa, lo stile camion-chic di Emma (e poi quell’altra, quella che nessuno ha capito come si chiama ma è un bel vedere per tutti, tranne che per la povera Bernardini De Pace).
Da tutto questo, voi capite, non c’è scampo: l’estero non basta, ci vorrebbe un altro pianeta. O un’alternativa radicale: è pur sempre sabato e voi potreste, ad esempio, andare a ballare in un locale gay. Perché tra etero e omosessuali non c’è nessuna differenza, è vero, salvo nel modo di celebrare le feste: i primi si formalizzano su convenzioni e riti sociali, i secondi si divertono davvero, ballando fino all’alba.













