– Davanti ai cancelli chiusi e ai cartelli d’avviso plastificati qualcuno che ci rimane male davvero c’è. È Chico, piccolo bastardino salvato da morte certa un anno e mezzo fa in Calabria e ora vispo al guinzaglio del padrone Fabio, anch’egli completamente ignaro della novità. Niente giro nel parco oggi per loro. Per il resto la curiosità davanti al polmone verde di
Masnago serrato e pieno di militari alla ricerca del punto di svolta di un delitto commesso 29 anni fa è tipicamente varesina: discreta e sfuggente. Davanti all’entrata di via Monguelfo le macchine rallentano, i loro occupanti buttano un occhio oltre le inferiate di metallo, cercano di scorgere qualcosa. È un attimo: basta una leggera pigiata di acceleratore per tornare ad altri pensieri.
Parco Mantegazza sequestrato, il giorno dopo. L’ironia della sorte ci mette lo zampino, perché un vecchio volantino ancora attaccato alla rete recita: «Venite al Castello di Masnago per il Weekend in Giallo, dal 25 al 27 settembre». Il giallo, oggi, c’è davvero e non ha bisogno di finzione per manifestarsi. La realtà è un film da vedere con il naso attaccato a una porta sbarrata e si compone di una decina di militari che lavorano senza sosta con il cappuccio calato in testa, riparandosi dalla pioggia a tratti intensa. Se in via Caracciolo la loro camionetta è parcheggiata in obliquo proprio davanti all’entrata e oscura almeno parzialmente la vista, basta fare qualche passo verso il secondo varco, adiacente al parcheggio, per vivere una sorta di “Csi-Varese” in prima fila e gratuitamente. Gli uomini in mimetica stanno perlustrando la zona delle giostre e procedono in coppia o a gruppi di tre, in una collaudata sequenza – ripetuta fino alla nausea – che prevede prima l’uso del metal detector, poi quello del piccone e infine quello della pala.
Il terreno viene setacciato letteralmente centimetro per centimetro: appena il ricognitore emette un suono, partono gli scavi. I risultati sono alterni: si va dal nulla di fatto al ritrovamento di un qualcosa che finisce direttamente nella monnezza alla scoperta di un reperto potenzialmente interessante, la cui destinazione finale è un sacco verde scuro richiuso ogni volta con cura. Procedono veloci i soldati, veloci ma minuziosi, segnando con un nastro bianco e rosso i punti già toccati dalla ricerca: è bastato un giorno e mezzo a riempire il prato di buchi, quasi come se nel parco fosse in corso una guerra tra talpe.
«Assurdo». Non usa mezze parole Paolo, signore di mezza età abitante poco lontano, mentre osserva la frenetica attività: «Come si fa a cercare un coltello trent’anni dopo? Ma lo sapete quanti cambiamenti ci sono stati dal 1987 a oggi in questo posto? Io ci vengo da allora e all’epoca non c’erano i bagni, i pali dell’illuminazione, i giochi per i bambini, un sacco di piante… A Parco Mantegazza si sono tenute feste, compreso quella dell’Unità prima che fosse trasferita alla Schiranna, poi concerti, sagre: per terra può essere caduto di tutto, anche un coltello volendo e la gente può averlo buttato via senza pensarci. Ripeto: assurdo, uno spreco di tempo e di soldi». Il “day after”, però, rimane il giorno dell’anormalità sottaciuta, quasi accettata. Non come lunedì: «Non sai quante persone sono venute qui a parlare del sequestro – ci dice , titolare del Mojto Bar, duecento metri di distanza dal parco – Alcuni miei clienti sono stati fatti uscire in fretta e furia mentre erano a passeggio con il loro cane. Ieri, qui in giro, non si discuteva d’altro».













