Da quanto la terra ha tremato, lo scorso 24 agosto, un gruppo di ricerca di geologi e chimici ambientali dell’Università dell’Insubria sta monitorando la situazione in Centro Italia. Da ieri sono al lavoro direttamente sul campo diversi docenti del dipartimento di Scienza e Alta tecnologia, giunti a Castelluccio di Norcia per effettuare rilevamenti in loco. «È stata pianificata una rotazione di rilevamenti sul terreno e misure topografiche di dettaglio per descrivere con precisione l’entità e la distribuzione della dislocazione cosismica superficiale – spiega Alessandro Michetti, professore di Geologia all’Insubria –. Sarà campionata anche l’acqua delle sorgenti lungo la zona di faglia, perché queste hanno certamente subito variazioni chimico-fisiche rilevanti».
Con una magnitudo registrata di 6.5, la scossa di domenica 30 ottobre è una delle più forti mai rilevate in questo settore della catena appenninica, al confine tra Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo. «La faglia attivatasi è la stessa che si è rotta ad agosto, ma stavolta ha generato effetti molto più rilevanti su cui stiamo indagando – spiega il professor Michetti – In questi giorni i nostri colleghi della Birbeck University of London e dell’Università di Leeds si sono recati su un sito, sulla strada che porta a Forca di Presta, dove nei mesi scorsi, avevamo individuato un’espressione superficiale della faglia. La frattura nel manto stradale, che era stata riparata, si è aperta nuovamente dopo la scossa di magnitudo 6.5». Questa volta si è formato un gradino di oltre 10 cm, ma la rottura superficiale della faglia si estende oggi su un fronte di circa 15 chilometri, con rigetti medi di 50-100 centimetri. Per quanto la situazione si presenti come del tutto eccezionale, gli studiosi ci ricordano che la storia sismica di quei luoghi narra di un passato non dissimile. «Nel 1703, tre forti terremoti si susseguirono nel giro di poche settimane. Gli eventi di quest’anno non si discostano da quanto già conosciuto» ammonisce il professor Michetti.n













