Alla Luna dovremmo tornare a parlare

Il commento di Fabio Gandini dello sbarco sulla luna il 21 luglio 1969

«Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l’umanità». Perfetta, dai. Un po’ vera, un po’ retorica (di quella che strizza l’occhio ad Hollywood e dintorni: il Neil reduce dalla guerra di Corea aveva effettivamente il phisique du role dell’attore…), un po’ solenne, un po’ autoreferenziale, un po’ ecumenica. Comunque sia, pennellata al contesto.È il 21 luglio 1969: Armstrong imprime la sua impronta sulla grigia sabbia lunare e l’umanità – potenza dell’incipiente tecnologia – diventa il polpaccio di quel celeberrimo piede. È lì, insieme a lui, tra il bianco e il nero delle immagini. Lo spinge, anela quei centimetri di balzo dietro ai quali ha fomentato un sogno durato dieci lunghi anni e profumato della parte migliore di ogni essere umano: la sua curiosità, la voglia di progredire, di abbattere Colonne d’Ercole collettive e individuali.È il 21 luglio 1969: l’umanità realizza semplicemente e meravigliosamente un sogno che la riguarda nella sua interezza. Il primo che ci è dato di ricordare di queste dimensioni. L’ultimo che la nostra memoria inquinata di preoccupazioni attuali, troppo attuali, riesce a ripescare dal mare magnum di anni che si accumulano l’uno sull’altro.È il 21 luglio 2016: cos’è rimasto di quel sogno? Cos’è rimasto di quell’uomo che alzava

lo sguardo al cielo e a quella rotondità cangiante in forme, colori, luminosità, distanza vera o apparente, confessava in silenzio le sue aspirazioni, fiducia e preoccupazione, desiderio e ambizione, “parlando” a ciò che era altro dal suo mondo, a una confidente dell’universo che gli apparteneva perchè apparteneva nello stesso modo a tutti i suoi simili.Cos’è rimasto, a distanza di 47 anni, di quel genere umano che si è entusiasmato per la conquista di quel punto di infinito, andando oltre le sue – appunto – umane, troppo umane preoccupazioni, le sue divisioni (c’erano già all’epoca: c’erano guerre, c’erano muri, c’erano orrori ancora fumanti) con il cuore battente all’unisono?Chissà. Ce ne vorrebbe forse un’altra di Luna da raggiungere (proviamo con Marte?) per farci sentire ancora una volta come in quel giorno del 1969, per risollevarci da quella miseria che ci ha messi gli uni contro gli altri su scala globale, per ritemprare almeno per una notte – limpida se è possibile – quell’angoscia che pervade il nostro vivere insicuro, diviso, sospettoso, armato già nella mente prima ancora che nei fatti.Nel frattempo, una ne abbiamo e quella ci teniamo, magari riprendendo la bella abitudine di confidarci ogni tanto con lei: «Che fai tu Luna, in ciel?/ dimmi, che fai, silenziosa Luna?