Respinto dal Gip di Varese l’ennesimo ricorso presentato dai difensori di Stefano Binda, l’uomo accusato dell’omicidio di Lidia Macchi. Binda resta, quindi, in carcere.
I suoi difensori, gli avvocati Sergio Martelli e Roberto Pasella, avevano sostanzialmente chiesto di far decadere il pericolo di inquinamento probatorio prorogato dal gip di altri tre mesi.
Binda sarebbe rimasto comunque in custodia cautelare anche nel caso in cui ci fosse stato approvato l’accoglimento della richiesta presentata dai legali a causa del pericolo di fuga e reiterazione del reato.
Binda, 49 anni di Brebbia, era stato arrestato lo scorso 15 gennaio con l’accusa di aver stuprato e ucciso Lidia Macchi, la studentessa ventenne militante di Comunione e Liberazione, ex compagna di liceo e amica di Binda, il 5 gennaio 1987. Dopo l’arresto, i legali del brebbiese, che si è sempre dichiarato innocente, avevano preferito ricorrere direttamente in Cassazione. La Massima Corte non entra nel merito dell’ordinanza, non valuta insomma la sussistenza o l’insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza. Binda ha perso in carcere quasi 20 chili di peso. È magro e sofferente. Negati anche gli arresti domiciliati.













