C’era tutto, ieri. C’era Masnago come solo Masnago sa essere nella sua veste più bella: i vecchi gradoni del Franco Ossola coperti dai drappi biancorossi, il sole a baciare una domenica bellissima ma anche il vento, il vento del Sacro Monte, che faceva sventolare alte e fiere quelle bandiere che mai nessuno riuscirà ad ammainare.C’era tutto e c’erano tutti. Chi non andava allo stadio da tempo, chi in quello stadio ci è nato e cresciuto, chi ha visto campi ben peggiori e chi ha gustato platee assai più prestigiose. E c’era chi si vantava orgoglioso che «l’unica volta a San Siro ci sono stato per vedere Milan-Varese».Il Varese è tornato, viva il Varese. E soprattutto viva la gente del Varese. Quel pubblico che squadre di Lega Pro (ma anche certe di serie B) si sognano. Un pubblico che questa Eccellenza l’aveva già vinta ancora prima di iniziarla, semplicemente credendoci e mettendoci una passione che al giorno d’oggi è raro trovare. C’è chi ci paragona al Parma. Senza però ricordare cosa sta dietro al Parma e cosa invece sta dietro a noi: altro che Davide e Golia, parliamo di una montagna contro un deserto che solo lo spirito, la tenacia, l’onestà e la buona volontà di un gruppo di gente inossidabile è riuscito a far rifiorire.Sta tutto lì. Nei momenti indelebili. Nel
gol che Paolo Maccecchini si regala prima del fischio d’inizio a porta vuota, con applauso di tutto lo stadio. Nel tifoso solitario che mentre sotto i Distinti impazza la festa si allontana da tutto e da tutti per prendere in mano un bandierone biancorosso e sventolarlo con orgoglio. Nell’ingresso trionfale in campo di Ribes e Mirella, veri e unici talismani di questo ambiente magico dove tutto è possibile e dove i sogni più genuini e autentici, bagnati di sudore e passione, diventano realtà. Nella carrozzina dell’Alfredo, al solito posto, e nel suo sorriso discreto sul quale stanno scritti tutti i 106 anni di storia incancellabile di questa società.Il Varese è tornato, e finalmente è tornato il Varese di tutti. Il Varese che profuma di griglia e serenità, di sorrisi che fanno stare bene chiunque li incroci, di passerelle riservate ai bimbi con le loro divise scintillanti e il loro entusiasmo capace di ribaltare il mondo. Il Varese dei giovani. Il Varese, concedetecelo, di un simbolo su tutti. Che di nome fa Marco e di cognome Giovio. Era tutto scritto, Marco. Come il tuo gol che non poteva non arrivare in una giornata come quella di ieri. Perché chi vive per qualcosa di più grande, chi si mette al servizio di un sogno collettivo, alla fine vince. E noi abbiamo vinto. Tutti. Insieme.













