Cicci Ossola e quelle vacanze in città «Nei posti giusti c’incontravamo tutti»

Cicci Ossola e quelle vacanze in città
«Nei posti giusti c’incontravamo tutti»

Oggi anche i calciatori di mezza tacca vanno a lucertolarsi ai tropici, con veline e paparazzi al seguito. Una volta non era così: parola di Luigi Ossola, per tutti Cicci, bosino doc cresciuto all’ombra del Bernascone, capitano del primo Varese di Borghi, poi in forza a Mantova e Roma.

«Quando giocavo a Varese, d’estate stavo qui – racconta – E quando giocavo altrove, d’estate tornavo qui. Anche oggi, da semplice negoziante, resto nella mia città. Perché a me questo è sempre sembrato un paradiso. Ricordo di essere andato solo una volta a Diano Marina con alcuni compagni di squadra: Lonardi, Soldo, Maroso, Beltrami, Pasquina».

Questa era la routine, poi c’erano le eccezioni. Tipo le tournée, allora rare: «Nel ’65 col Varese andai a New York e Chicago. Nel ’67 con la Roma arrivai fino a San Francisco, oltretutto dopo un volo infinito con scali ad Amsterdam e New York. Scoprimmo un altro

mondo: sembrava fantascienza, allora andare in America era un lusso per pochi. Alla fine delle partite la gente sciamava in campo: erano emigranti, di solito del Sud, che in pochi minuti ci abbracciavano, ci raccontavano tutta la loro storia e ci chiedevano di salutargli i parenti a casa, perché pensavano che l’Italia fosse piccola».

Comunque, i tempi sono cambiati: «Negli anni ’60 Varese era come un posto di villeggiatura, vivace e intrigante. C’era fervore: tanti milanesi avevano le seconde case tra Sant’Ambrogio e le valli, erano veri signori senza puzza al naso che salivano qui da luglio in poi e s’integravano bene con gli indigeni, stringendo amicizie durature. E i varesini erano più semplici: altro che telefonini, bastava un giro sotto i portici all’ora giusta, tipo mezzogiorno o le sei del pomeriggio, per trovare chi cercavi e combinare. Ci si conosceva tutti, era facile divertirsi».

Dove si andava? «Noi facevamo base tra il Montallegro, dove si ballava, l’ippodromo, per le corse dei cavalli, e la Poretti, dove c’era un grande locale che serviva salamelle e una birra alla spina sublime. Si diceva che l’acqua della “fontana degli ammalati”, lì nei pressi, fosse la migliore al mondo per fare la birra. E noi calciatori non eravamo considerati divi: stavamo tra la gente».

Poi c’è stata la rivoluzione, «Nei primi anni ’70: con la crisi petrolifera i milanesi vendettero le loro case, pian piano si perse quello spirito allegro. Credo che oggi i varesini non si sappiano più godere la loro città, ed è un peccato».

Mete esotiche o no, le vacanze dei calciatori sono sempre state particolari: «Una volta, a fine campionato, il mese di stacco era totale, si stava in panciolle senza disturbi di mercato. In ritiro, a fine luglio, arrivavamo rotondetti e senza fiato. La prima settimana di preparazione era una tortura: si formavano le fiacche sui piedi e si correva indossando sacchi della spazzatura tagliati sul fondo, per sudare di più. Tranne rare eccezioni, per esempio Herrera, gli allenatori facevano vedere il pallone solo più avanti».

Incredibile a dirsi, Ossola non ha tradito Varese neanche quando si è trasferito alla Roma: «Erano gli anni della dolce vita, in quella città meravigliosa si respirava un’atmosfera unica al mondo. Per allenarmi ogni giorno dovevo sorbirmi un tragitto lunghissimo, tra lo stadio Flaminio e via Arenula: beh, era un piacere».

Sono rimasto lì due anni: Roma era talmente coinvolgente che, se avessi fatto un’altra stagione, poi avrei rischiato di sentirmi straniero nella mia Varese».

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