Non è un caso che , direttore di Rete 55, sia nato a Lugano. Doveva proprio essere svizzero come René Berger, uno dei massimi esperti al mondo di televisione, autore fra l’altro di due capolavori sull’argomento: “Tele-fissione’” del 1976 e “Il nuovo golem. Televisione e media tra simulacri e simulazione”, uscito nel 1991. Inzaghi è comunque italianissimo perché è cresciuto a Varese e la piacevole chiacchierata con lui è stata anche una emozionante lezione sull’informazione.
Vi consolo subito perché ricominceranno a breve. Sto elaborando l’elenco dei titoli e posso già anticipare che ho previsto classici del passato e chicche ma non solo per intenditori. Non punto infatti a cineforum pomposi ma desidero che siano aperti a chiunque abbia voglia di passare una serata piacevole davanti alla tv per godersi un bel film.
Rispondo con una battuta: attuerei subito una terapia d’urto con Le mani sulla città di Francesco Rosi, film del 1963 che è comunque ancora molto attuale e spiega che cosa non si deve fare, amministrando una città.
Alla città serve un’amministrazione che abbia una visione precisa, un progetto ben definito. Non ci vogliono idee fantascientifiche ma piani di lavoro davvero realizzabili, che riescano a esaltare la vocazione del territorio. È necessaria insomma un’amministrazione che sappia concentrarsi sul modo per sdoganare il nome di Varese, facendolo diventare unico.
L’attuale amministrazione ha avuto il merito di aver avviato il progetto per la creazione del nuovo teatro e della nuova piazza Repubblica, che è un po’ il biglietto da visita della città, perché qualche metro dopo essere usciti dall’autostrada si va a finire proprio lì. Si sa che nascerà il teatro ma non si sa come e io, a questo proposito, ci tengo a mettere l’accento su un concetto di cui si parla raramente. Anzi, quasi mai.
L’immagine stessa del teatro è cambiata molto con il passare dei decenni e non bisogna più pensare solo al teatro come a una scatola con palcoscenico e sipario. Oggi, il teatro è un’idea ancor prima che una struttura. Il modello potrebbe essere quello del Millennium Park di Chicago. L’importante è però partire dalla riflessione sul concetto di teatro, prima di costruirlo.
Certamente, e quei frammenti di pellicola racchiudono l’unico momento in cui la caserma, così com’è, sembra bellissima. Non è un caso che Virzì abbia scelto di ambientare l’incontro fra un ragazzo e una ragazza che si stanno innamorando proprio davanti alle pareti cascanti della caserma. L’amore puro dei giovani è contrapposto al degrado urbano e ne escono inquadrature poetiche dall’alto valore estetico, intendendo l’estetica in termini filosofici e applicati all’arte. Virzì ha colto indubbiamente nel segno ma, purtroppo per noi, la caserma non è una scenografia, né uno sfondo di Cinecittà.
Se le facciate sembrano irrecuperabili, posso assicurarvi che, dopo esserci entrato per un sopralluogo con le autorità, ho potuto constatare come la struttura interna non sia messa così male. Per la riqualificazione l’amministrazione ha pensato a una nuova biblioteca con un centro polivalente a frequentazione studentesca. Questo nuovo assetto farebbe molto bene anche a piazza Repubblica.
Rispondo con i miei ricordi da bambino. Mio papà mi ci portava per mano: c’erano alcune bancarelle e si respirava un’atmosfera viva. Insomma, ci si sentiva parte di un centro e vorrei che si partisse da questo concetto. In ogni caso se Varese è la Città Giardino, occorre un’attenzione particolare anche al verde. L’attuale configurazione della piazza non ha un filo d’erba e sembra anzi una foresta pietrificata.
All’uscita del film, qualcuno aveva polemizzato, accusando Virzì di essere incorso in personaggi stereotipati. Se nel tratteggiare qualche carattere, Virzì si è abbandonato a luoghi comuni non bisogna però stupirsi: lui è l’unico autentico erede di Monicelli, Risi e Scola. Cioè della commedia all’italiana che ha sempre avuto quel tipo di personaggi, indispensabili per lo svolgimento coerente del filo narrativo e per l’equilibrio della tensione drammatica. I veri protagonisti del film sono le dinamiche umane che attraversano lo schermo, il punto di vista dei rapporti e i loro incroci. A Virzì interessano le dinamiche dei rapporti fra esseri umani che, come in una serie di cerchi concentrici, poco per volta, conducono lo spettatore verso il nocciolo della storia.
Il concetto stesso di immagine in movimento è cambiato e adesso non è più solo offerto dalla televisione. L’occhio umano viene bombardato di immagini sul computer, sui tablet e sui telefonini e in tutti questi mezzi le sequenze sono rapide e caotiche. Non badano alla qualità estetica, cardine invece della tv. L’estetica non deve però andare a discapito della sostanza: diversi talk show offrono qualità visive e scenografie sempre più azzeccate ma, guardandoli, si ha l’impressione che si tratti solo di ridondanza e autoreferenzialità perché spesso i contenuti sono poveri.
Deve insegnare a distinguere la comunicazione, che possono fare tutti, dall’informazione, che deve essere rigorosa e deontologicamente corretta.
Penso che non ci si possa lamentare. Nell’era dei social ci sono tante persone che si svegliano la mattina e aprono profili su Varese, pensando di essere depositari dell’informazione. Leggiamoli ma non buttiamoci al loro inseguimento. L’informazione, come ho detto prima, deve essere rigorosa e va vagliata attentamente. Il giornalista è un osservatore della realtà, che deve raccontare e commentare con onestà intellettuale e secondo delle regole, non prescindendo dalla deontologia. Ripeto: non bisogna confondere la comunicazione, che può fare chiunque, con l’informazione.
Sarebbe America Oggi di Robert Altman. Il titolo originale è Short Cuts: sono racconti diversi, di diversa umanità. Struggenti, dolorosi e bellissimi. Guardiamo i nostri racconti e non affezioniamoci a uno solo. Guardiamoci intorno.
Dall’asilo alle superiori io ho frequentato la Scuola Europea di Varese e so bene quale ricchezza ci sia in una comunità multietnica. La vera emergenza non è l’immigrazione ma l’incapacità di gestirla in Europa e al di fuori di essa. Occorre dare alla gente del nostro territorio un’idea più tranquillizzante del fenomeno: si parla dei centri di accoglienza quando scoppiano risse o ci sono problemi e mai in positivo. Io sono stato di recente nel centro che si trova a Casbeno, fuori dall’oratorio: ospita da anni tanti richiedenti asilo e non è mai successo nulla di male. Andate a vederlo e respirerete un clima sereno. Semmai il problema immigrazione è legato ai tempi: ci vuole un anno intero solo per avere un colloquio per la richiesta di asilo. Tra tutte le persone che arrivano in Italia ci sarà anche qualche farabutto e tenerlo in casa per così tanto tempo, prima di discutere la sua posizione, è un rischio.













