VARESE «A Paolo Conte che con la poesia del suo vivere e la curiosità di un fanciullo ha aggiunto nuovi universi al nostro immaginario quotidiano». Altra motivazione non sarebbe stata più calzante per chi come lui ha cantato storie ingegnose, dotate di un gusto in cui eleganza e quotidianità trita si sono sempre mescolate alla perfezione.
E «con quella faccia un po’ così», l’avvocato di Asti maniaco del jazz, ieri alle Ville Ponti di Varese ha ritirato il Premio «Le parole della musica» assegnatogli dagli Amici di Piero Chiara. Un evento nato dal connubio tra Club Tenco e il Chiara che da due anni porta a Varese firme della canzone d’autore. Sul palcoscenico Enrico de Angelis, insieme ad Antonio Silva e il nostro responsabile di edizione, Vittorio Colombo. In una chiacchierata scherzosa tra amici, per cianciare dei tempi che furono, come quando lo s’invitava al Tenco perché tutti erano scelleratamente innamorati della moglie di Paolo Conte: la bella signora Egle. «Bisognerebbe inventare un Premio anche per lei». E chissà che al Tenco non si stiano già adoperando.
Paolo Conte non ama che s’indaghi sulla sua arte. Ha sempre preferito che la sua musica, e persino i silenzi che sono anch’essi un valore musicale, parlassero per lui. Ma è stato emozionante: per una volta sono state le sue parole a svelarci qualche segreto in più della sua musica. «Non si faceva prima a darmi questo premio e via?», commenta scherzosamente quando a suo avviso le domande diventano «difficili». No che non si poteva. Ci saremmo persi lo spettacolo dei suoi racconti. Di quando cominciò a suonare il trombone, ma poi «ho preferito il pianoforte perché col trombone non si fa tanta strada». Di quando parla del jazz, sua grande passione, dopo la signora Egle s’intende. Di quanto sia arduo parlare dell’attualità pura e semplice: «Non son capace. Il materiale che m’interessava era quello degli anni Dieci, Venti, un periodo fatto
di rivoluzioni, in cui davvero s’inventava tutto dal nulla». E qui arriva la sorpresa: un disco che suona su un grammofono di quegli anni azionato dal nostro Mario Chiodetti insieme ad Eleonora Fleur in costume d’epoca. Sorride Conte, non se l’aspettava. Come non si aspettava che partisse un filmato del club Tenco di tanti anni fa, di lui seduto al piano insieme a Fossati, De Gregori e un improbabile Benigni alle prese con una danza strana e due maracas, anzi no una sola, l’altra era finita sulla testa di qualche spettatore. E forse non si aspettava si parlasse di uno dei tanti temi delle sue canzoni: il maschio perdente. Nessuna autobiografia. Perché Conte è un vincente, è un pezzo di storia, uno che i francesi ci invidiano (scusate se è poco). Anche se – come dichiara – «avrei potuto osare di più».
Barbara Rizzo
f.tonghini
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