È passata poco più di una settimana da quando , la dolce testimonial di Varese in Maglia, ha preso commiato da questa terra: ma il suo sorriso è già divenuto universale. Un sorriso che sapeva essere contagioso, fonte di serenità per tutti coloro che la incontravano, che avevano a che fare anche un minuto con lei: come ha giustamente ricordato durante la predica
di quel luminoso, non abbiamo timore di definirlo così, funerale che ha congedato dai suoi cari e da tutti coloro che l’amavano le sue spoglie terrene. Una cerimonia che catalizzato in maniera radiosa, pur nella malinconia di averla perduta, tantissime voci diverse, così com’era caleidoscopica l’allegria di Penny: adatta a tante circostanze della vita, come empatica era lei nei confronti di tante persone.
Quella che aveva legato a sé, e continua tuttora a legare, è una vera e propria commedia umana, un insieme infinito di storie e di personaggi che si riferivano a lei, e lei a loro, ognuno per un motivo diverso. E a tessere le fila di questo intreccio di voci che continuano ad avere Penny come faro non poteva che essere lei, quella vulcanica che 4 anni fa, fondando l’associazione di volontariato Varese in Maglia, l’aveva eletta come suo portavoce ufficiale. «Ieri sera ero a casa tranquilla dopo una giornata un po’ pesante – racconta Antonia – e riguardavo tutti i messaggi che ci eravamo spedite. Fra gli altri, ce n’era uno di settembre dove mi diceva: “Scusa se non posso venire alla riunione questa settimana perché devo aiutare i miei in negozio. Te lo dico perché lo so che non ce la fate a stare senza di me, ma non devi preoccuparti, non devi essere triste, Antonia: io ci sarò sempre, con i miei consigli”. Sempre lei mi diceva qualche tempo fa: “sono molto contenta di andare sui giornali… vuoi dire che divento famosa?”».
Un vero tesoro, un autentico raggio di luce Penny, il nomignolo affettuoso con cui era stata ribattezzata dalle sue amiche sferruzzatrici, per via di quel lavoro a maglia che continuava a fare e disfare. «Era arrivata da noi quando non aveva più potuto giocare a bocce e aveva preso subito a considerare i ferri come fossero uno sport più tranquillo, più adatto al suo fisico provato dalla malattia». Il cuore delicato nella carne, benché guerriero nell’indole, non le consentiva più di eccedere a livello atletico: ma lei si era applicata con dedizione alla nuova attività, sfornando tubolari a ripetizione, che divenivano variopinti scaldacollo per le persone in difficoltà e i senzatetto. E se questo primo venerdì dopo la sua mancanza, in segno di rispetto, e anche un po’ di smarrimento, l’associazione non si è riunita come suo solito al caffè La Cupola da Ale Campi, da venerdì prossimo Antonia promette di ripartire con la grinta di sempre. «Entro gennaio – conclude Antonia – voglio trovare una sede per la nostra nuova “Casa Penny”, come ho già promesso alla sua mamma, un centro di aggregazione dove accoglieremo non solo le amiche “magliaie” storiche ma anche nuova linfa, come le ragazze richiedenti asilo della comunità San Luigi che seguo personalmente grazie all’accordo con don Marco Casale e che hanno tanto bisogno di aprirsi al mondo». Seguendo il messaggio di armonia, convivenza ed integrazione che era tanto caro a Penny.













