Se negli ultimi tre anni non vi siete dati all’eremitaggio completo dovreste conoscere il significato della parola selfie, gli autoscatti “da smartphone – a social network” ormai così sdoganati da essere finiti persino a “Porta A Porta”.
Dovreste anche sapere che il termine è stato eletto parola dell’anno 2013 dai curatori dell’Oxford Dictionary, talmente attenti da aver rintracciato il suo concepimento in un forum australiano nel 2002. Talmente scrupolosi da aver catalogato una serie di sue possibili varianti: helfie (autoscatto per soli capelli), belfie (autoscatto per solo sedere), welfie (autoscatto ginnico), drelfie (autoscatto alcolico), shelfie(autoscatto con scaffali) e bookshelfie (autoscatto con libreria).
E sono proprio i drelfie a spopolare sui social.
Dimentichiamo l’impaginazione del cv, la grammatica della lettera di presentazione, la gonna troppo corta e il tacco troppo alto al colloquio. Se anche fossimo impeccabili sotto tutti questi aspetti, non dobbiamo temere, possiamo ancora rovinarci. Avete presente quel party di cui non ricordate nulla?
Forse no, ma qualche amico vi ha immortalato con in mano una bottiglia di Belvedere vodka mentre stavate fieramente indossando la testa di un cavallo.
Ecco che ci svegliamo la mattina seguente con foto compromettenti pubblicate in ogni dove. Che cosa penserà il nostro capo guardandole a colazione? Anche Wired Italia ne parla e il titolo dell’articolo pubblicato di recente “Non taggarmi, il mio capo mi segue su Facebook”, la dice lunga sull’espansione di tale fenomeno. Per due aziende su cinque l’amletico “to hire or not to hire” si risolve con un’occhiata a Twitter e Facebook.
Secondo uno studio di CareerBuilder, la metà dei Ceo intervistati ha dichiarato di aver escluso brillanti candidati proprio a causa di quanto emerso dai loro alter-ego virtuali.
Un tragicomico excursus di strafalcioni che parte da “omicidi grammaticali” negli status per arrivare a orgogliose ammissioni di abuso d’alcol e droghe, passando per l’immancabile autoscatto del disagio.
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