Fa un caldo bestiale. Talmente caldo che passa pure la voglia di prendersela per un Cerella che va a Milano, talmente caldo che il suo cambio di casacca viene accolto con un semplice “peggio per lui”. In piazza Monte Grappa ci sono cose più importanti a cui pensare. Quali? Un play e un pivot da prendere, per esempio: trattative in chiusura ma che finché non son chiuse son da tenere segrete, giocatori che completeranno una squadra già quasi fatta. Cecco Vescovi, infatti, più che prendersela con Cerella preferisce guardare avanti: «Nessun problema – dice il Cecco – e nulla da dire a proposito».
Nulla, se non che Bruno avrebbe anche potuto dircelo. Avrebbe potuto avvisarci della trattativa in corso con Milano, avrebbe potuto farci una telefonata visto che aspettavamo una sua risposta. Ha avuto poco riguardo, questo è certo: e mica nei miei confronti.
Nei confronti di chi per un anno lo ha curato, seguito e rimesso prima in piedi e poi in campo. Nei confronti di chi negli ultimi dodici mesi ha vissuto in simbiosi con lui, quasi ventiquattr’ore al giorno, per accompagnarlo nei momenti difficili in cui non si sapeva quando sarebbe guarito.
Ma parlo del fisioterapista, per esempio, o di Max Ferraiuolo che gli è sempre stato molto vicino. Ci aspettavamo un modo di fare diverso, evidentemente di questi tempi funziona così.
Diciamo qualche frase fatta, del tipo “non ci sono più i valori di una volta”?
Nessuna frase fatta: noi abbiamo un modo di operare sul mercato, che ci ha fatto arrivare fin qui. Non abbiamo nessuna intenzione di cambiare.
C’entra eccome. Noi non abbiamo mai ceduto alla tentazione di fare il passo più lungo della gamba, di spendere più di quel che abbiamo, di avventarci: e se siamo ancora vivi è proprio grazie a questo modo di fare. I soldi sono meno rispetto allo scorso anno, avevamo l’esigenza di redistribuire il budget.
Quindi abbiamo offerto a Cerella, un giocatore che lo scorso anno aveva dato parecchie incertezze dal punto di vista fisico, un nuovo contratto. Siamo usciti da quello che ci legava a lui, e gli abbiamo fatto un’altra proposta: perché volevamo continuare con lui.
Un contratto che non fosse troppo vincolante per noi, nel caso il giocatore avesse avuto problemi fisici nel corso della stagione.
Il suo agente ci ha fatto sapere che la nostra offerta era improponibile. Bene così: non possiamo permetterci di fare mosse delle quali poi ci si potrebbe pentire. Perché forse la gente non ha capito cosa si rischia, qui.
Si rischia di compromettere tutto il lavoro fatto in questi tre anni, si rischia di finire a gambe per aria, si rischia di chiudere. Ci si metta in testa che la priorità è la stabilità societaria, la squadra e l’aspetto sportivo vengono dopo. Ripeto: questo è il nostro modo di lavorare, ed è così che abbiamo salvato una società che tre anni fa era praticamente morta. Io preferisco lavorare per il futuro di Varese piuttosto che rincorrere sogni impossibili.
Ma anche di Green e Dunston, che grazie alla stagione di Varese andranno a guadagnare cifre importanti: l’estate scorsa non se li filava nessuno.
I nostri tifosi e molti nostri sponsor hanno capito e apprezzato il nostro lavoro e il nostro credo: sanno che in futuro questo modo di fare ci ripagherà con gli interessi.
Arriveranno due giocatori diversi da Mike e Bryant, ma non è detto che non abbiano la stessa fame e la stessa motivazione con cui Dunston e Green si sono presentati qui un anno fa.
Non se ne fanno: ma mi piacerebbe chiudere le trattative prima delle vacanze.
Lunedì.
Lavorare con gli americani è complicato: c’è di mezzo un oceano ma anche e soprattutto un fuso orario. Quando da noi si lavora di là si dorme, e viceversa.
Ma contiamo di avere delle risposte definitive già nelle prossime ore.
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