Dal ritiro della Primavera del Varese (a Ponte di Legno, in provincia di Brescia) di cui è il nuovo mister, ecco Maurizio Ganz. In carriera ha giocato con Inter, Milan, Sampdoria, Fiorentina, Sampdoria e altre squadre ancora, venendo convocato anche per la Nazionale. Ora però, pensa ai giovani biancorossi
Io cerco di insegnare il calcio che mi piace: offensivo, totale, di personalità, andare dappertutto e far vedere di che pasta è fatto il Varese.
Mircea Lucescu, mio mister al Brescia nei primi anni ’90.
Lei è stato allenato anche da Sacchi, Lippi, Spalletti…
Vi risparmio la fatica: ho avuto 34 allenatori.
Era ed è un tipo davvero speciale. Arrivò al Brescia nel 1991, ci radunò e chiese a tutti: ma voi quanti palloni a partita toccate? Ognuno disse la sua; i difensori, ovviamente, dissero che la toccavano pochissimo. “Bene – concluse lui – finché non toccheremo tutti lo stesso numero di palloni non saremo una vera squadra, né potremo mai divertirci”.
Certo. Andate a vedere lo Shaktar e non rimarrete delusi. Il calcio è uno spettacolo, se no, chi mai dovrebbe venire allo stadio?
Sì, l’attenzione alla tecnica e alla crescita personale. Mi raccontava sempre: “Io in nazionale non giocavo mai, perché ero un’ala destra e avevo davanti uno molto più bravo di me. Poi ho guardato a sinistra e ho visto che non c’era nessuno; così, ho lavorato duramente per calciare bene col mancino e sono diventato titolare su quella fascia”. È una lezione di tecnica e di tenacia.
Adoro i settori giovanili. Ho iniziato perché mio figlio giocava nella Masseroni Marchese e mi disse: Papà, vieni a farci da allenatore. Da allora non ho più smesso e dopo sei anni sono qui. Certo: spero di fare il salto di qualità.
L’obiettivo è che succeda quel che è successo a Luca Forte: l’anno scorso era qui, ora si allena con la prima squadra. Ma non si diventa grandi se non ci si confronta coi risultati: le cose vanno di pari passo, si deve creare un circolo virtuoso.
Auguro loro di vivere i miei 21 anni da professionista: anni fatti di tenacia, determinazione, mettendosi sempre in discussione. Dico loro di essere così quando le cose non vanno bene. Dico loro che non devono mettersi a disposizione di questo o di quell’allenatore: devono mettersi a disposizione di se stessi. Poi, ognuno troverà la sua strada e la sua categoria.
Ero testardo e precipitoso. Ho litigato spesso coi miei mister. Quando sei giovane pensi di aver sempre ragione.
Ero in ritiro con la nazionale a Coverciano, dovevamo andare in Estonia per le qualificazioni a Usa ’94. Mi chiama mia moglie e mi dice: vado in ospedale, sta per nascere nostro figlio. Io, per lasciare il ritiro, non andai da mister Sacchi, ci mandai il massaggiatore Claudio Bozzetti. Con Sacchi si incrinò qualcosa. E in nazionale non giocai mai.
Lui è già avanti. Ha vissuto in tredici città diverse, ha una maturità che io non avevo. Ora è al Lumezzane e siamo contenti della scelta.
Leonardo. C’entrava e c’entra poco col mondo del calcio. Parlava sei o sette lingue, era avanti anni luce, era molto riflessivo: il tipo di uomo che vorrei diventassero i ragazzi che alleno e che allenerò.
Ho pure segnato, qui a Varese, con la maglia della Pro Vercelli. È un ambiente tosto, ma che
fa lavorare. Sono grato al club, che prima mi ha fatto lavorare con la Berretti in collaborazione con l’Aldini e ora con la Primavera. Sono carico, non vedo l’ora di andare al campo.
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