La prima lettera dell’alfabeto è il sogno di Leonardo Pavoletti e, a inizio stagione, era anche il sogno del Varese, che si è ben presto disilluso. Ora, l’attaccante (che si merita davvero la A) e la squadra si giocano la salvezza e, per come sono andate le cose, questo traguardo diventerebbe più entusiasmante di una promozione.
Vale sempre come lettera dell’alfabeto: quando Pavoletti era un giovane calciatore e muoveva i primi passi in Serie D, nell’Armando Picchi, vedeva la B come una categoria lontana e difficile da raggiungere. Oggi è uno dei giocatori più illustri di questo campionato: non vuole e non può retrocedere.
Anche qui ci ripetiamo, agganciandoci all’alfabeto: le dita maliziose di Emanuele Pesoli hanno mostrato al pubblico del Franco Ossola la lettera, subito dopo la sconfitta con il Carpi di sabato scorso. Un chiaro riferimento all’eventualità di vedere il Varese in C ma anche uno stimolo per far rimangiare all’ingeneroso ex il gesto. Siamo sicuri: Pavoletti risponderà a Pesoli nella partita di domani con il Brescia.
Con il suo piede preferito, Pavogol tenterà di mandare al tappeto Brescia, Novara e Siena nelle tre ultime giornate di campionato.
Leonardo vive il calcio con emotività: per lui tirare calci a un pallone non è solo una professione ma anche e soprattutto emozione.
In toscano significa «facile all’ira, che si adombra per un nonnulla» e Pavoletti, al rientro dalla squalifica subita per l’ammonizione di settimana scorsa con il Carpi, usa per sé l’aggettivo, ricordando com’era da bimbo quando giocava a tennis: «Se non mi davano un punto, diventavo fastidioso». Se avesse giocato alla Spezia, i biancorossi avrebbero vinto di sicuro e, nelle ultime tre partite, deve saper tenere a bada il suo carattere perché il Varese non può permettersi il lusso di rinunciare al suo migliore attaccante.
È una delle doti più spiccate di Pavoletti, che non guarda mai al suo interesse personale (fare gol) ma corre, suda e si sbatte per i compagni.
Per Enzo Cattarulla, uno degli uomini marketing del Varese, Pavoletti ricorda l’attaccante argentino del Napoli Gonzalo Higuaín: «Chiamiamolo El Pipita, anzi Pepita perché vale oro».
Sa irrompere nelle difese avversarie con forza, classe e cuore.
Un proverbio della sua città dice: «A un livornese ci vole cento lire pe’ fallo ’omincià e mille pe’ fallo smette». Dai Leo, non smettere mai.
È il suo migliore amico e portafortuna: il maialino vietnamita Mou, che si tiene nel giardino della sua casa di Livorno e pesa quasi cento chili, dovrà trasmettere al suo padroncino un fluido vincente ancora maggiore in questo finale di stagione.
«Il nostro capitano è unico e dà sempre tanta sicurezza», dice Pavoletti di Neto: «Non vedevo l’ora di giocare con un talento così». Il rientro del brasiliano, ormai prossimo, farà bene al Varese e a Pavoletti.
Se ha in testa un’idea, Leonardo vuole tradurla in realtà con la sua arte calcistica.
Il mito di Livorno Armando Picchi ha dato il nome alla prima vera squadra di Pavoletti, era una bandiera del Varese negli anni Sessanta e continuerà a ispirare Leo.
La sua indubbia qualità si sposa con una quantità infinita di giocate preziose, sfoderate in ogni parte del campo.
Pavoletti ha superato il record personale ma 19 gol non gli bastano.
A Pavia lo chiamavano così per la sua rapacità davanti alla porta.
Sa trascinare il Varese con la sua personalità e con i suoi gol. È lui il traino verso la salvezza.
Pavoletti è un uomo d’oro, esemplare in campo e fuori. Sta sempre coi piedi per terra: «Noi giocatori non facciamo qualcosa di straordinario. Siamo privilegiati e dobbiamo avere la testa sulle spalle, facendo una vita sana e allenandoci bene».
La maglia del Varese se la sente addosso tatuata come una seconda pelle.
È un amico che frequenta anche fuori del campo, insieme a Neto e Corti: se tornerà a sfornargli gli assist giusti, come ai tempi d’oro, Pavoletti continuerà a risalire la classifica marcatori e il Varese si salverà di sicuro.
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