Banche, fuori il cuore Vavassori, fatti avanti

C’è gente che non dorme più, che ogni mattina aspetta di aprire il giornale in edicola con il cuore in gola, che è qui a spaccarsi la schiena per il Varese. È la gente che vive nel basso della piramide, quella senza santi in paradiso. Quella che ha salvato di peso la squadra, immolando i suoi risparmi e stringendo un nodo in gola per non piangere e non arrendersi

neppure dopo sette sconfitte consecutive. Gente senza portafoglio ma con un’anima e due attributi grossi così. Gente che venerdì si abbonerà a una squadra che non c’è solo per una bandiera che difende più di chi dovrebbe farlo dall’alto, perché è di tutti: vaglielo a spiegare, lassù. Gente che non può nulla ma riesce a fare tutto. E allora perché chi tutto può non sta facendo nulla?

È l’ultima chiamata, l’ultima partita. Ci si gioca la vita, e lo facciamo anche noi. Dall’ultima fila, in mezzo ai tifosi del Varese. La voce ce la mettono loro, la faccia noi. Come è possibile che una squadra sparisca dalla mappa del calcio perché una banca del territorio non accetta di emettere un pezzo di carta per la squadra che di questo territorio è l’emblema negli stadi e sui giornali d’Italia? E perché non lo emette di fronte a un presidente-cliente da 100 milioni di euro che mette sul piatto azienda, casa, patrimonio, vita?

Alla banca in questione non si chiede di diventare sponsor e pagare fior di quattrini mettendo un nome sulla maglia com’è accaduto – ad esempio – per il Brescia, o meglio per il fu Brescia, visto il debito quattro volte superiore ai 9 milioni biancorossi (e ai 4 che i bresciani devono setacciare entro il 15 per iscriversi).

No: alla banca in questione il signor Laurenza – che non è solo il signor Laurenza ma dà volto e voce ai cinquemila altri Laurenza che vanno allo stadio, a 80mila varesini e 104 anni di storia – chiede un fogliettino in formato A4, una fidejussione da 800mila euro che è una garanzia e dice «se prossimamente non paghi il dovuto in stipendi e contributi, io quei soldi scritti sul foglietto te li verrò a portare via davvero». Più un prestito-ponte di circa 700mila euro su ritenute e altri contributi da versare entro il 15, tutto garantito (fidejussione compresa) da crediti della Lega Calcio e garanzie personali del presidente.

È Laurenza a rischiare il “cappotto”, non l’istituto che al massimo andrà successivamente a spogliarlo del dovuto. E Laurenza, cara banca e care banche, siamo noi e siete voi. È il territorio, un insieme di persone sotto un’unica bandiera (un’unica grande banca), un vivaio e una palestra di vita per i figli della città e della provincia. Non può essere un funzionario o un burocrate dall’alto a respingere la richiesta di “rischio” e fiducia che arriva dal basso. L’appello di tutti, se la banca è di tutti, non può trovare porte sbarrate. Che grande occasione è questa: la banca che dimostra d’essere riscaldata e levigata dal calore e dal cuore dei cittadini. Voi siete il territorio. Ascoltatelo. Fate un passo avanti. Nessuno vuole spillare soldi a nessuno, aprite un credito, non vi costa nulla. È quasi un dovere. Su quel pezzo di carta c’è la vita del Varese, la nostra vita. Fatelo uscire dal cassetto e non levatecela. Vi diremo grazie. Lo faranno tutti.

In città si chiedono: e se arrivasse qualcuno pronto a entrare in società o a rilevarla (i 9 milioni di debiti, spalmati in venti o trent’anni, non sono insormontabili e in questo calcio malato sono quasi regola), Laurenza che farebbe? Dipende chi è questo qualcuno. Sconosciuti, avventurieri o procuratori, alla larga.

Per esempio: se Pietro Vavassori lascia la Pro Patria per avventurarsi fino a Reggio Emilia in serie C, perché non si ferma a due passi da casa, in B? Perché non rimanere legato alla sua terra, in un ambiente ideale per fare il suo calcio, che è anche il nostro? Il Varese è giovani, è vivaio (Raffaele Ferrara, braccio destro di Vavassori, in questo è un mago come il nostro Giorgio Scapini), è progetto, è valori, è purezza, è pazienza, è parlar chiaro, è pragmatismo, è fame, è uomini all’antica, è pane e salame. Sublimato e racchiuso in due parole: Pietro Vavassori. Uomo di parola (di poche parole, come piace ai varesini, ma di molti fatti), grande e importante imprenditore legato all’ambiente e ai volti di casa. Un uomo che chiede campi, e una squadretta per i figli dell’ormai sua provincia. La stessa cosa che vogliamo noi. Qui avrebbe amici, non nemici. E aiuto, incoraggiamento, sostegno, umanità diffusa.

Perché cercare altrove una famiglia che qui c’è già, patron? Perché andarsene da casa tua (nostra)? Meriti, più di chiunque, la serie B. Fatti avanti. Parla con Laurenza. Unitevi. Liberaci da queste catene d’incertezza, tu che nella vita hai visto come si fa. Portaci nel tuo sole fatto di rapporti ruspanti e persone vere. In fondo, tra te e il Varese c’è sempre stato un cordone invisibile. Mostriamolo a tutti.

Territorialità, sobrietà, lavoro duro e implacabile che varca i confini del mondo (come la tua azienda) e sogni impossibili che diventano realtà perché costruiti sul cemento dell’anima. della lealtà, della gioventù: tu questo sei, noi questo siamo. Noi che vediamo un fiore anche in mezzo a queste pietre. E questo fiore è Pietro Vavassori. Nella tua vita manca solo riconoscenza, e qui l’avrai.

Andrea Confalonieri

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