Il 31 ottobre saranno ben 50 anni che lava e stira giacche, camice, maglioni e vestiti ai varesini. «Ho iniziato a 14 anni in una lavanderia di via Magenta – ricostruisce la donna – Ricordo il primo giorno di lavoro. Indossavo una gonna a pois rossi, le calzette bianche e mi ero fatta la coda di cavallo. Ero una bambina».
«Posso dire che tutto quello che ho imparato l’ho “rubato”, nel senso che ho fatto mio il mestiere dei mie superiori – racconta – Da apprendista, mi sono trattenuta in tintoria quasi tutte le sere fino alle 21.30 per impratichirmi. Abitavo a pochi passi dal lavoro e potevo rincasare a piedi senza problemi, anche quando faceva buio. Chiedevo: “posso fermarmi a stirare”? Ero determinata. Volevo guadagnarmi un mestiere e dimostrare a mio padre che ero in grado di essere indipendente».
Poi Zucchi ha avuto due figli. E’ passata attraverso diverse esperienze lavorative, sempre in tintoria. Dal 2000 è titolare della lavanderia Splendor-Sec di viale Borri 100. «Ho voluto dare al mio negozio un nome che ricordasse quello della Tintoria Splendor, che è il posto dove ho iniziato a lavorare e a cui devo molto» spiega.
In 50 anni Giovanna ne ha lavati e stirati di capi. Tanto che le sue mani portano i segni di tutto quel lavare, piegare, stirare, spostare. «Mi definisco “una mamma” perché in ogni lavoro metto il cuore – spiega – Se vedo che una camicia ha un bottone che dondola, allora prendo ago e filo e lo metto a posto. Se il maglione fa i pallini, mi metto a toglierli tutti, che alla fine la lana sembra nuova. Quando vado a casa sono soddisfatta e ringrazio questo lavoro che mi ha dato la possibilità di superare tanti momenti difficili».
Zucchi ha ereditato l’arte di curare la biancheria dalla madre. «Mio padre era un ufficiale di marina, e mia mamma aveva il compito di preparare le sue divise, che dovevano sempre essere impeccabili – racconta – Io fin da bambina ho sempre visto in giro per la casa il ferro da stiro. Ho imparato a curare tutti i dettagli dei vestiti. Mi piace risolvere anche le più piccole imperfezioni. Ridare vita a un capo rovinato è bellissimo. Che emozione, per esempio, pulire gli abiti da sposa e sapere che, dopo che li avrò sistemati, verranno riposti in una scatola, in attesa del giorno in cui la figlia della sposa vorrà usarli per il suo matrimonio».
Dopo 50 anni Giovanna vorrebbe trovare una giovane spinta dalla sua stessa passione che la aiutasse a mandare avanti la lavanderia. «Ma non è facile trovare una persona che ami il lavoro e che non lo veda come un fine per guadagnare soldi e basta – dice Giovanna – Se trovassi un’apprendista le insegnerei tutti i miei segreti. Perché ogni tessuto, ogni colore, ogni capo di abbigliamento va trattato in un modo completamente diverso».
Tutto quel lavoro viene fatto a secco, usando prodotti specializzati, facendo prove e valutando i tessuti prima di procedere. «Alla fine i vestiti devono sapere di pulito, che è diverso dal profumare – conclude la donna – Ma il profumo del pulito è una cosa da intenditori e non posso svelare troppo».
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