C’è più gusto ad abitare in una città che è capace di mobilitarsi, di mettersi in gioco, di rischiare faccia o portafogli per una causa che ritiene adeguata. Non prenda d’aceto il sindaco Fontana: in questo caso non si parla di parcheggi o di cipressi, che pure hanno saputo trasformare migliaia di varesini da distratti spettatori delle scelte politiche in altrettanti audaci masanielli, pronti a scendere in piazza o a salire su un albero per un’idea o un ideale.Vogliamo qui fermarci per un attimo a riflettere sulla vicenda della signora Grazia, la donna di San Fermo con un figlio malato, che nel tempo ha accumulato un debito di 8.500 euro con l’Aler e che per questo rischia di perdere la casa popolare nella quale, con grande fatica, ha tirato avanti tutti questi anni mettendo insieme con qualche lavoretto cifre che neppure si avvicinano alla metà di quella che è definita “soglia di povertà”.Ora, intendiamoci, non tutti gli inquilini morosi sono giustificati. Ci sono quelli che se ne approfittano, utilizzando l’Aler, cioè un ente pubblico, come banca per i propri interessi. Basta non pagare l’affitto e la disponibilità mensile per le altre spese aumenta. Il risultato è che i bilanci dell’Ente diventano precari e i soldi per riequilibrarli li sborsiamo noi, sotto forma di ulteriori tasse e balzelli. È vero, infatti, che la politica ha costi insostenibili, ma anche i cittadini ci mettono – e tanto – del loro.Tutto questo per dire che quella del “buonismo” – inteso come “lascia vivere e fatti gli affari tuoi” – non è una bandiera sotto la quale amiamo sfilare. Ma ci sono casi e casi. E quello della signora Grazia non solo ci ha colpito in modo particolare, ma, a quanto pare, ha risvegliato il senso di solidarietà in una città che, a volte, sembra aver smarrito la strada del cuore, per seguire quella del Pil, in questo assecondando la
cultura che va per la maggiore.Invece ecco che “VareseperGrazia” diventa di colpo una “ola” che fa balzare in piedi vie e quartieri, commercianti e centri fitness, accademie e calciatori. C’è qualcosa di deamicisiano in questo? Ci sono dei tamburini sardi o delle piccole vedette prealpine dietro le vetrine del negozio in centro o tra i tavoli del ristorante? Oppure c’è quel mai abbastanza praticato buon senso che fa distinguere il vero dal verosimile, il grano dalla grana, il crepuscolo dalla miopia?Noi, ovviamente, siamo per la seconda ipotesi. E ci piace, da questi indizi, presagire una nuova Varese del terzo millennio. Una “Varese 2.0”, come si dice oggi. Dove l’alacrità e la concretezza che i nostri avi ci hanno passato nelle sequenze del Dna si conciliano con la disponibilità e l’accoglienza. Dove l’immagine che anni di propaganda e antipropaganda leghista ci hanno ingiustamente cucito addosso, come se all’ombra del Bernascone abitassero solo dei Borghezio infoiati, scolorisca in fretta. Non è così, non è mai stato così. Nelle mense di via Bernardino Luini e della Brunella nessuno è mai stato respinto, solo rifocillato. Se la coda in questi anni si è allungata a dismisura sarà certo colpa della crisi, ma anche della miope politica di chi ha pensato a difendere i propri interessi e non quelli di tutti. Risultato: pochi sono diventati più ricchi, milioni di cittadini hanno ingrossato l’esercito dei poveri. E i poveri non spendono, risucchiando nella loro condizione gli operai di fabbriche che chiudono per mancanza di ordini, commessi di negozi che hanno tirato giù la serranda per penuria di clienti, autotrasportatori che non hanno nulla da autotrasportare e via recriminando. In questo panorama la vicenda di Grazia illumina lo scenario con una luce nuova, lascia intendere che i valori sopravvivono anche allo spread e alla Tares. Nella speranza che l’hashtag “VareseperGrazia” diventi al più presto un “GrazieVarese” che ci riempirà di concreto orgoglio prealpino.













