Bossi lancia il dialetto<Il modello è la Bosina>

Bossi lancia il dialetto<Il modello è la Bosina>

VARESE L’Umberto ha dato la linea, ancora una volta e, come sempre, senza mezze parole. E ha rimesso la barra dritta al centro. Vale a dire, a Varese. Perché è questa città il laboratorio politico-culturale di Bossi, e da qui il ministro delle Riforme ha l’intenzione d’esportare un modello strategico per la battaglia leghista dell’estate: ovvero riportare il dialetto in classe. «Nella scuola più importante di Varese si insegnano inglese, tedesco e anche il dialetto. E non è morto mica nessuno» ha fatto sapere l’altra sera il Senatur da Mandello del Lario. La scuola in questione è la Bosina, fondata nel 1998 a Calcinate del Pesce dalla signora Manuela Marrone, maestra di scuola elementare con una lunga esperienza alle spalle e moglie dello stesso Bossi: da allora ne sono passati di anni e di studenti, a cominciare dai figli dello stesso numero uno leghista che, proprio in occasione della festa della polizia di due anni fa in città, aveva voluto rimarcare l’importanza per loro di quel tipo di formazione. D’altronde il Carroccio preme, l’autunno s’annuncia caldo

e le regionali di marzo s’avvicinano. Dunque, servono risultati e – parole del leader – «il dialetto non è una cosa minore rispetto all’economia o ai decreti per superare la crisi». Parole di uno che della tradizione linguistica territoriale è un esperto con pochi eguali: «Tanti anni fa ero l’unico che comprava libri sul tema e ora ho una biblioteca sul dialetto incredibilmente vasta». Parole e promesse: «Il dialetto lo troverete nelle scuole tra poco tempo». È il via libera alla marcia leghista, dopo lo scivolone in commissione cultura della Camera: «Di cultura non è mai morto nessuno, è di ignoranza che si muore» gli fa eco il segretario provinciale del Carroccio, Stefano Candiani: «La Bosina è un esempio, in qualsiasi scuola del nostro territorio, come del Trentino, del Piemonte e della Liguria, è giusto che si studino e si insegnino la cultura, la storia e le identità locali, purtroppo trascurate qui in Padania a partire dal dopoguerra, quando le tradizioni dei padri e dei nonni hanno iniziato ad essere ingiustamente considerate di serie B».

s.bartolini

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