Economia è numeri, ma anche cuore, passione, visione, contestualizzazione e previsione. Perché tutto si può inventare ma ben poco può prescindere da ciò che ci sta intorno. E allora partiamo da qui, dal tessuto economico e produttivo di Varese, una delle province a più alta incidenza di manifatturiero nel Pil locale. «Su un chilometro quadrato, abbiamo in media 55 imprese e, di queste, sette/otto sono manufatturiere» chiarisce cifre alla mano il presidente dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese Riccardo Comerio, che parte da questo assunto per condurci al
nocciolo di una questione strategica per il futuro del territorio, delle sue imprese e dei nostri ragazzi. Il senso è chiaro: servono professionalità giovani da inserire nelle aziende per farle crescere, per sostenerle nell’evoluzione necessaria a stare al passo con i tempi e per favorire un turnover che non penalizzi la produzione. Dunque? Dunque, cari genitori, cari futuri studenti degli istituti superiori, puntate sulla formazione tecnica. Una porta (potenziale e pur sempre legata alla meritocrazia) per entrare nel mondo del lavoro. Quello che sta a due passi da casa nostra.
Come no, dica.
Non ho capito perché questi licei debbano avere una qualificazione migliore in termini di competenza e capacità rispetto ad alcuni istituti tecnici di elevatissima qualità presenti in provincia. Il liceo, storicamente, viene visto come un viatico per l’università. Se non lo fai, si pensa, all’università non ci andrai, o farai fatica a laurearti. Ma tutte le statistiche dimostrano il contrario. E inoltre aggiungo: se il figlio è bravo (e tutti ce l’hanno bravo…), perché fermarsi alla sola logica del liceo ad ogni costo? Si potrebbe ad esempio dare un’occhiata intorno per capire cosa offra il territorio nel quale il figlio vive e dove, finiti gli studi, dovrà cercarsi un’occupazione…
Esatto, in questa piccolissima provincia che ha una densità di popolazione altissima, le imprese ci sono e prima o poi queste imprese interesseranno anche i nostri ragazzi e i loro genitori.
Le imprese avranno sì bisogno di laureati ma soprattutto di tecnici qualificati. Se sviliamo l’istituto tecnico riducendolo a scuola del purgatorio, non andiamo molto lontano. E poi succede come all’Isis Newton di Varese dove è in forse la possibilità di mantenere un corso di operatore di macchine utensili perché non ha iscritti. Noi, come Unione degli Industriali, abbiamo inviato a tal proposito una lettera alla provincia di Varese per spingerla a tenere in considerazione l’importanza di far rimanere in vita questo indirizzo storico. Al momento, però, la realtà è che gli iscritti sono meno di quindici.
Mai, è il primo anno che la possibilità si fa così concreta, seppure le competenze acquisite dai ragazzi che lo hanno frequentato, e che speriamo continuino a farlo, abbiano valore assoluto e rientrino in pieno nella connotazione industriale della nostra provincia.
La macchina utensile oggi è costosissima e, in ditta da me, chi la fa funzionare è una delle persone con la più alta qualificazione in quanto deve avere competenze di meccanica, elettronica e informatica. Non è un professionista in tuta blu, per capirci, ma indossa praticamente il camice bianco.
Può darsi che il corso venga visto come si vedeva trent’anni fa quello dell’Itis tessile, che ti preparava a fare l’operatore del telaio. Ma la macchina utensile, così come il telaio, oggi è un’altra cosa. Si è appena conclusala Fiera mondiale macchine utensili a Milano con 135mila visitatori provenienti da 120 Paesi. Testimonianza di quanto, questo, sia uno dei settori più importanti del Paese.
Per questo noi, dal 2011 abbiamo lanciato il progetto Generazione d’Industria, finalizzato ad avvicinare i ragazzi alle aziende e a colmare il gap tra retaggi storici e realtà. Ad oggi abbiamo avuto 108 studenti premiati, 15 visite aziendali, 70 ore di formazione congiunta (imprese e scuole) con oltre 200 partecipanti (docenti, presidi, imprenditori e persone che lavorano nelle imprese) e 24 imprese che rinnovano l’adesione al progetto ogni anno e finanziano le borse di studio.
L’istituto tecnico, e ho suggerito a mio figlio di fare altrettanto. Poi all’università ho frequentato economia e non ho avuto alcun tipo di problema, né gap.
Le professionalità tecniche sono richiestissime ed è per questo che riteniamo, come imprenditori e come Unione degli Industriali, importante il processo di avvicinamento alle imprese. Certo è che, se in azienda mi arriva un perito tecnico senza competenze, alla fine non avrò risolto nulla. Io non avrò il dipendente che cerco e lui non avrà trovato lavoro. Bisogna avvicinare i ragazzi ma, alla base di tutto, serve un processo formativo di qualità. E in provincia questa possibilità c’è.
Il progettista meccanico una volta aveva la matita, la sua testa e un tecnigrafo. Oggi deve saper progettare in bidimensionale e tridimensionale e deve avere elevata competenza su programmi informatici. Quindi dico sì, si può mettere sul mercato e dal mercato può essere ambito.
Confrontatevi di più con la realtà del tessuto sociale nel quale vivete senza arrivare per forza a pensare che solo un laureato potrà trovare un posto di lavoro.
Mai, non è mai successo.
È successo, sono entrati in tanti da quella porta.
Alternanza scuola-lavoro in provincia di Varese è stata ed è fondamentale anche perché abbiamo istituti tecnici, e non solo, di eccellenza. Eccellenze riconosciute ben oltre i confini locali: sul complessivo degli iscritti in un anno, 39.500, nel Sud della provincia ben 4.100 arrivano da fuori.
Il sistema di vicinanza tra scuole e imprese funziona e noi abbiamo spinto molto in questa direzione, tanto che ben settemila studenti varesini sono entrati in contatto con il mondo del lavoro. Ora ci sarà però da mettere in atto l’applicazione della cosiddetta legge della “Buona Scuola”. E sarà bel problema.
In un certo senso sì per più di un motivo. Il primo: 400 ore per ciascuno degli studenti della nostra provincia significa milioni di ore in azienda. Il secondo: si innescherà un cambio di mentalità.
Oggi il livello di coinvolgimento è molto elevato, perché non si tratta di obbligo ma di opportunità. Il modello obbligatorio impatterà a livello elevatissimo. Faccio questa riflessione: fino a questo momento, lo stage in azienda è stato vissuto all’interno dell’istituto e della famiglia come una sorta di riconoscimento del merito. “Tu sei un ragazzo che si impegna e se ti impegni, la scuola trova il modo di farti fare un’esperienza sul campo”. Motivazione e gratificazione sono elevati, così come il livello di coinvolgimento.
Temo che, con l’obbligatorietà, motivazione e gratificazione possano venire meno. Con la conseguenza che, l’interessato lo sarà di meno e il non interessato rimarrà tale. Questo significherebbe ridurre l’utilità del progetto.












