– È stata una clinica di lusso, non aveva niente da invidiare a un albergo a cinque stelle. La Quiete «a un’ora da Milano, in una delle più sane regioni della Lombardia, tra i grandi laghi. Dotata di ogni comfort, grande parco, belle passeggiate nei dintorni». Così recitava, negli anni ’50, la brochure pubblicitaria di un luogo quasi proverbiale per i varesini, sinonimo di accoglienza e professionalità. La clinica era diretta allora dal professore Antonio Riva e organizzata «per le malattie il cui trattamento esige, sotto un quotidiano controllo medico, un particolare regime, tranquillità, aria libera, e l’uso di agenti-fisico terapeutici». Ci si curava per i mali dello stomaco e dell’intestino, le dispepsie nervose, i disturbi della nutrizione e quelli nervosi della circolazione e del cuore e non mancava la possibilità di prendere «bagni d’aria e di sole» e dal parco della villa il panorama era spettacolare, con il lago di Varese e il chiostro della montagne d’intorno. La storia della Quiete è affascinante: nel 1689 i Padri Cappuccini costruirono sul Colle dei Campigli un convento così chiamato in onore di un “riposo” della Sacra Famiglia durante la Fuga in Egitto, anche perché pare che Francesco Cairo l’avesse affrescata sul frontone d’ingresso all’edificio. La chiesetta del monastero accolse le spoglie del duca Francesco III d’Este, tumulato «con un abito bellissimo, parrucca, spada d’argento, bastone, cappello, ordini cavallereschi, insegne sovrane, crocifisso in mano e prezioso brillante in dito». Nel 1797 fu acquistata dal cassiere dell’armata di Napoleone, Giambattista Sanvito, che la
trasformò in una dimora sontuosa, abbattendo la chiesa e costruendo un piccolo oratorio dove trasportò la salma del duca d’Este, quindi, nel ‘900, rimase per molto tempo di proprietà della famiglia Bonazzola. «La Quiete non deve morire, è un patrimonio della città, una clinica attrezzata ed efficiente. La sua storia è quella di tanti malati che hanno sempre trovato medici capaci e ottima assistenza», dice la dottoressa Stefania Bortoluzzi, che alla clinica lavorò come anestesista per oltre trent’anni. «Ricordo Giorgio Riva, il figlio del fondatore, medico specializzato in ortopedia e chirurgia plastica. Viveva per la clinica, possedeva una villa all’Elba ma non ci andava mai, fino all’ultimo, malato di tumore, controllava che ogni cosa andasse per il meglio. Peccato che nessuno dei suoi tre figli abbia proseguito la sua attività». La dottoressa ha vissuto gli anni d’oro della Quiete: «Si facevano interventi importanti, arrivavano chirurghi da fuori, lavoravo a fianco del professor Angelo Lazzati, il “re delle appendici”: poteva toglierne fino a sette in un’ora, ma operavano spesso Rodolfo Fumagalli e Fulvio Caluzzi, che possedeva la più bella manualità mai vista. I pazienti erano magistrati, prelati come monsignor Manfredini, imprenditori, la clinica era all’avanguardia. Ci sono stata anche come degente, e posso testimoniarlo. Prima che l’Asl imponesse norme dietetiche, i pazienti mangiavano divinamente». Anche il professor Emilio Bortoluzzi, marito della dottoressa, lavorò qualche volta alla Quiete: «È il completamento del nostro ospedale di Circolo, di certo insostituibile. Chiuderla sarebbe un danno paragonabile alla demolizione del Teatro Sociale, l’ennesima sconfitta della città».













