– Alle 15 la basilica di San Vittore era già gremita di gente. Mancava mezz’ora all’ultimo saluto a Giada Molinaro, 17 anni, travolta e uccisa da un pirata della strada mercoledì notte in viale dei Mille. Il feretro bianco, come si addice alle ragazzine morte prematuramente e ingiustamente, è arrivato pochi minuti prima dello scoccare della mezza. A quel punto non soltanto il sagrato della basilica, ma mezza piazza, erano invasi dalla gente. Presenti alla funzione il sindaco Davide Galimberti, che ha a lungo abbracciato i genitori di Giada, e l’assessore Andrea Civati. Accanto all’ingresso della basilica c’era il maggiore Gerardina Corona, in alta uniforme. I carabinieri hanno arrestato, dopo l’inchiesta condotta dagli agenti della polizia locale di Varese, Flavio Jeanne, il pirata reo confesso. Contro il quale si è riversato l’odio collettivo attraverso i social. Tanto che il suo profilo Facebook é stato chiuso. Nel corso della funzione, officiata dal Prevosto Monsignor Luigi Panighetti insieme al parroco di Biumo don Carlo Garavaglia, si è ricordata la resurrezione di Gesù, il segno che la morte si può sconfiggere e che Giada siede ora nella luce divina per illuminare il cammino dei propri genitori e di quanti le hanno voluto bene, dando un senso a tutto il dolore
che si vive oggi. Ed è stato monsignor Panighetti ad invitare tutti a “non cedere alla rabbia”. Tutti dovevano essere lì per Giada. Non per giudicare. Tantissimi giovani, docenti, personale scolastico hanno seguito con gli occhi ingolfati dalle lacrime le parole del parroco Carlo che ha voluto ringraziare i genitori di Giada ma anche i professori che ogni giorno affrontano i ragazzi per dare un senso al futuro che spesso sembra vuoto e spaventa: «Grazie a voi genitori che posavate il vostro sguardo su Giada e la incoraggiavate ad andare avanti, la sostenevate aiutandola a superare la paura del vuoto». In chiesa tantissimi giovani. Ragazzi, amici di Giada. Ma anche tanti “sconosciuti” a lei. Varesini che, della sua storia, della sua morte ingiusta, hanno letto e hanno voluto essere presenti. «Non per dire che eravamo qui – raccontano rifiutando di fornire nomi e e cognomi – ma perché la famiglia sappia che la città, tutta la città, è accanto a loro. Che quello che è accaduto è insopportabile per tutti. Anche per chi Giada non l’ha conosciuta. Questa ragazza è un simbolo. La grazia, contro l’incoscienza. Oggi noi non siamo giudici, siamo testimoni di un dolore che sarebbe potuto capitare a chiunque. E siamo vicini alla famiglia».













