Omicidio Macchi: chiuse le indagini. Il sostituto procuratore generale di Milano Carmen Manfredda, che coordina le indagini, pronta a chiedere il rinvio a giudizio per Stefano Binda, 49 anni, di Brebbia, ex compagno di liceo di Lidia, la giovane studentessa varesina uccisa con 29 coltellate il 5 gennaio 1987, arrestato lo scorso 15 gennaio con l’accusa di essere lui quell’assassino rimasto nell’ombra per quasi 30 anni e che Varese non ha mai smesso di sperare venisse catturato.
Il sostituto pg Manfredda, quindi, ha firmato l’avviso di conclusione delle indagini nei confronti del 49enne allora compagno di liceo della ragazza assassinata. L’atto è stato notificato giovedì ai legali del presunto omicida, il quale avrà 20 giorni di tempo per farsi interrogare.
Dopo di che il pg chiederà il rinvio a giudizio, sebbene siano ancora in corso importanti accertamenti, come quelli sulla salma riesumata della ragazza e la ricerca di un coltello e cioè l’arma del delitto, e di altri reperti in località Sass Pinì dove fu trovato il cadavere il 7 gennaio 1987. Da quanto si è appreso il pg ha deciso di procedere con l’avviso di conclusione delle indagini per poi chiedere il processo per evitare che Binda, i cui termini di custodia cautelare in carcere scadono il prossimo 15 gennaio, possa tornare in libertà.
I termini, infatti, verrebbero interrotti con la decisione del gup. L’uomo, che si è sempre proclamato innocente -nell’ottobre scorso gli era stata negata per la seconda volta la libertà – è accusato di omicidio pluriaggravato dagli abietti e futili motivi e dalla crudeltà perché, dopo averla minacciata per costringerla a un rapporto sessuale, ha colpito a morte con 29 coltellate Lidia, «donna considerata causa di un rapporto sessuale vissuto come tradimento del proprio ossessivo e delirante credo religioso, tradimento – ha scritto il pg nel capo di imputazione – da purificarsi con la morte».
Il prossimo 16 novembre Binda comparirà davanti ai giudici del tribunale del Riesame di Milano: i difensori del quarantanovenne hanno impugnato l’ordinanza di rigetto firmata dal gip di Varese con la quale si negava, ancora una volta, la scarcerazione dell’uomo.
Binda inoltre, che in carcere ha perso 27 chilogrammi in 11 mesi di detenzione, è stato sottoposto a una serie di esami medici. Sulla base dei cui esiti i difensori chiederanno, se necessario, la scarcerazione per incompatibilità con quella misura detentiva dello stato di salute di Binda.













