Un’altra lettera

Don Giuseppe Sotgiu nel febbraio 2016 ricevette una busta contenente carta igienica sporca. Il mittente: Lidia Macchi. Uno scherzo di pessimo gusto? Un messaggio? Un tentativo di sviare le indagini?

«Don Giueppe Sotgiu ricevette una lettera nel febbraio 2016». Un mese dopo l’arresto di Stefano Binda, 49 anni, di Brebbia, arrestato il 15 gennaio 2016 con l’accusa di aver violentato e ucciso Lidia Macchi, la studentessa di 20 anni, assassinata nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 1987 con 29 coltellate, don Sotgiu, ricevette nella sua parrocchia di Torino una missiva

bizzarra. Dentro la busta c’era della carta igienica «sporca di una sostanza marrone», ha detto ieri il sostituto procuratore generale di Milano Gemma Gualdi, che sostiene l’accusa davanti alla corte d’assise presieduta da Orazio Muscato. Lo ha rivelato, il dettaglio di quella lettera, Paolo Tosoni, che visse per un periodo «con altre 12 persone» in appartamento a Milano con Binda ai tempi dell’università.

Don Sotgiu era all’epoca, grande amico dell’imputato, e finì 30 anni fa nel mirino degli inquirenti, mentre oggi è indagato per reticenza e falsa testimonianza dopo l’incidente probatorio del febbraio 2016 con quei troppi “non ricordo”. Non credibili per il pg Carmen Manfredda, all’epoca titolare dell’inchiesta dopo l’avocazione del fascicolo, che chiese (e ottenne visto l’iscrizione del don nel registro degli indagati) l’invio degli atti in procura.

Dunque Tosoni,oggi avvicato penalista a Milano, incalzato da Gualdi, che domandava chi si fosse rivolto al lui dei vecchi amici di Comunione e Liberazione dopo il nuovo impulso alle indagini a distanza di 27 anni dal delitto, ha spiegato che a lui si rivolse don Sotgiu: «Per sapere cosa fosse un incidente probatorio, come ci si dovesse comportare». E in quel frangente don Sotgiu rivelò di aver ricevuto nel febbraio 2016 una lettera contenente «carta igienica sporca di marrone».

Il pg Gualdi ha precisato: «non abbiamo eseguito esami perchè era evidente di quale sostanza si trattasse». A quanto pare qualcuno un mese dopo l’arresto di Binda ha inviato a don Sotgiu una lettera contenente carta igienica sporca di escrementi. Il mittente è il sigillo: Lidia Macchi. Il mittente di quella bizzarra missiva, piuttosto esplicita ad un mese dall’arresto di Binda, era Lidia Macchi. Che cosa significa? Era un messaggio per qualcuno? Oppure un tentativo di sviare le indagini? Il messaggio é piuttosto esplicito nella sua volgarità. E del resto in questa vicenda c’è sempre stata l’impressione che qualcuno, forse più di uno, sapesse e tacesse.

Quella missiva a don Sotgiu può rappresentare sia uno scherzo (di cattivo gusto) come un messaggio magari non diretto al religioso ma da altri. Sempre ieri in aula sono stati ascoltati i ragazzi che trovarono, il 27 gennaio 1987, l’auto di Lidia. «Pensammo a un rapimento – hanno detto – non a un omicidio”. Il corpo, i tre ragazzi, non lo videro mai. Avevano fatto ricerche intorno all’ospedale di Cittiglio, dove Lidia il 5 gennaio andò a trovare l’amica coinvolta in un incidente stradale, ma non attraversarono, sino alla mattina del 7 gennaio il passaggio a livello che portava al Sass Pinì a Cittiglio, dove il cadavere di Lidia fu trovato. «Vedemmo l’auto ma non il cadavere – hanno spiegato i tre – quando, dopo aver attraversato il passaggio a livello, abbiamo visto la Panda abbiamo chiamato i carabinieri. Non ci siamo avvicinati. Non abbiamo visto il cadavere. Pensavamo a un rapimento».