– Insulti tra poliziotti in questura, assolto l’agente finito a processo. Un agente della polizia di Stato era finito sotto processo a Varese per alcune scritte dentro la questura contro un collega.
I reati contestati erano quelli di diffamazione, molestie, danneggiamento e ingiuria. L’agente, secondo l’accusa, si era risentito del fatto che non era riuscito a ottenere un trasferimento nella sezione antidroga.
Insoddisfatto per il mancato soddisfacimento del desiderio professionale, il poliziotto avrebbe vergato a mano delle scritte contro il collega di grado superiore, da lui accusato di avergli bloccato la carriera, in un androne interno della questura di Varese, nei pressi dell’ascensore. Lo stesso ispettore, assistito dall’avvocato Elisabetta Brusa, a cui erano state rivolte le ingiurie ricevette a poca distanza di tempo un sms ingiurioso nel suo telefono personale.
Da una relazione di servizio è poi scattata la denuncia e di conseguenza il processo terminato ieri a Varese con l’assoluzione dell’imputato.Tra le varie testimonianze ascoltate in aula c’è stata anche quella di una grafologa: occorreva chiarire se la scritta in questura sia attribuibile davvero all’imputato, difeso dall’avvocato Andrea Boni. Il processo si è giocato su uno scontro tra perizie.
Il consulente dell’accusa ha affermati che la corrispondenza con la scrittura dell’imputato fosse valida al 100%. Per ottenere questa analisi, la polizia scientifica ha inviato alla grafologa 14 frasi identiche compilate da tutti i colleghi della questura che si trovavano in turno la notte in cui presumibilmente fu vergata la frase ingiuriosa.
La grafologa di parte per l’accusa ne aveva esclusi subito 11, ma poi aveva identificato l’imputato potendo constatare che alterna la scrittura in stampatello con quella in corsivo. Una perizia della difesa aveva sostenuto invece che fosse impossibile identificare l’imputato sulla base di fotografie ma occorresse invece una perizia effettuata sulle scritture originali. Nessuna delle perizie si è rivelata risolutiva. Impossibile arrivare ad attribuire al 100% le scritte all’agente imputato.
Non solo: l’sms ingiurioso ricevuto dalla parte lesa era stato inviato dalla zona della Brunella. Se fosse stato l’imputato a inviarlo, come sostenuto dall’accusa, lo stesso non avrebbe potuto contemporaneamente trovarsi in questura a scrivere insulti sul muro. Senza certezze l’imputato è stato quindi assolto.













